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Don Luigi Ciotti ad Alba: «Così la ‘ndrangheta fa affari anche qui»

Per il festival Biblico il fondatore di Libera e del Gruppo Abele ha incontrato circa 500 studenti in sala Ordet

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di Francesca Pinaffo

ALBA«Ciò che vi racconterò non è opera di navigatori solitari, ma di un noi fatto di tante storie»: ha esordito così, mercoledì scorso in sala Ordet, don Luigi Ciotti. Fondatore del Gruppo Abele e di Libera, sempre in prima linea quando si tratta di difendere diritti, è stato ospite del Festival biblico, che vede tra gli organizzatori la Società San Paolo. Ad ascoltarlo c’erano quasi 500 studenti delle scuole superiori albesi. Sono stati alcuni di loro a salire sul palco e a porre le domande emerse dalle classi.

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«Ascolterete parole preziose per il vostro presente e per le scelte che vi aspettano», ha detto in apertura il vescovo Marco Brunetti. È stato così. Perché don Ciotti sa parlare ai giovani. Li ascolta, li incoraggia, stringe le loro mani, scandisce le parole. Lui, figlio di bellunesi che si trasferirono in Piemonte per cercare lavoro negli anni ‘50 – per un periodo la famiglia visse anche ad Alba –, iniziò da giovanissimo ad attivarsi per gli ultimi. «Alcune persone segneranno la vostra vita», ha iniziato Ciotti, ricordando il cardinale torinese Michele Pellegrino.

Un percorso iniziato a Torino

Poi arrivarono i volti dei tanti che, nella Torino degli anni ’70, finivano nel tunnel della droga: «Non c’era consapevolezza. Il tema veniva trattato solo a livello penale. Aprimmo la prima struttura per assistere i malati di Aids. Ci battemmo per un cambiamento normativo». Nacque così il Gruppo Abele e, negli anni ‘90, arrivò Libera. Un altro incontro: «Quando conobbi Giovanni Falcone, ci dicemmo di trovarci per un caffè. Era il 1992. Quel caffè lo prendemmo mai, perché fu ucciso poco dopo». Don Ciotti sa cosa vuol dire vivere sotto scorta. Sa cosa significa sopravvivere a un attentato: «Eravamo al Nord. Sono vivo grazie agli uomini della Polizia».

La criminalità organizzata oggi

Alla domanda «come la criminalità organizzata si infiltra nelle attività economiche?», ha citato i dati della Dia, la Direzione investigativa antimafia, ma anche l’esito delle inchieste giudiziarie: «Parlo di Alba con rispetto e affetto. Ma questo territorio non è immune: la criminalità organizzata si è inserita in modo silenzioso sfruttando le opportunità offerte da un’economia dinamica e da una società che, almeno in parte, fatica a riconoscere il problema».

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Ha citato l’inchiesta Albachiara del 2011: «Per territori virtuosi come la provincia di Cuneo, emerge una presenza stabile e non occasionale. Da Alba a Sommariva del Bosco, estendendosi verso Asti e Alessandria, non sono singoli soggetti, ma strutture organizzate collegate alla casa madre in Calabria». Al Nord la criminalità organizzata «sta sotto traccia e, a parte alcune eccezioni, non usa la violenza in modo esplicito». Il terreno in cui si muove è quello economico, «seguendo l’idolatria del denaro». Accade in settori precisi: «L’edilizia, il movimento terra e oggi soprattutto la ristorazione». L’esempio di Assisi, terra di san Francesco, è da brividi: «L’85% dei ristoranti oggi sono in mano a due famiglie mafiose».

Come accade? «Prima i locali erano gestiti dalla gente del posto. Poi i titolari sono diventati anziani e i figli hanno cercato altri mestieri. A un certo punto, qualcuno ha offerto loro una barca di soldi per quelle attività, mettendoli immediatamente sul piatto. È così che la criminalità si insinua, trasformando i ristoranti in luoghi di riciclaggio di denaro illecito». In tutto questo ci sono i colletti bianchi, «gli insospettabili».

I numeri della Dia

Don Ciotti ha esteso lo sguardo al Piemonte: «Dal 2011 a oggi, sono state condotte 25 inchieste dall’Autorità giudiziaria, con 500 indagati e decine di condanne. Nella regione sono presenti quasi un migliaio di affiliati alla ‘ndrangheta, distribuiti in 24 Comuni, inseriti in 16 locali e 30 ‘ndrine. Nel 2024 i casi di estorsione sono aumentati del 16% e il riciclaggio del 54%. Sono segnali chiari».

Poi l’appello ai giovani: «Non dovete generalizzare. Il nostro primo obbligo morale è fare emergere le tantissime cose belle e oneste che ci circondano, ma allo stesso tempo soltanto la conoscenza ci rende consapevoli. Bisogna prendere atto di tutto questo, collaborare con le istituzioni ed essere per loro una spina nel fianco – mai violenta né ideologica – quando è necessario». E ancora: «La conoscenza è un atto di libertà, ci dice da che parte stare».

Il messaggio per i giovani

In conclusione ha guardato all’Italia di oggi, «che soffre di una grande emorragia di umanità, basti guardare al modo in cui vengono trattati i migranti o i detenuti». Senza diritti nulla ha senso: «Sembra un paradosso, ma vorrei meno solidarietà e più giustizia», ha affermato don Ciotti. E poi, ancora una volta, si è rivolto agli studenti in sala Ordet: «Se c’è qualcuno nella vostra classe che ha bisogno o è più fragile, non girate lo sguardo. Aiutatelo. Fate la vostra parte».

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