LA LETTERA – La mietitura (e in seguito la trebbiatura del grano) era tra gli eventi più attesi e impegnativi dell’anno nel calendario rurale, svolgendosi da metà a fine giugno e terminando solitamente nel giorno dedicato a san Pietro (il 29 del mese). «Giugn la mëssoira an pugn» (A giugno la falce in pugno).
Nelle zone della Langa e del Roero la mietitura richiedeva mattinate di lavoro con i contadini che falciavano il grano con la schiena curva sotto il sole cocente. Partecipavano uomini, donne e bambini, ognuno con una mansione precisa. Gli uomini si occupavano del taglio delle spighe, le donne e i bambini della raccolta di esse che, legate in fascine, venivano trasportate sui carri trainati dai buoi (e, in epoca più recente, dal trattore) fin sull’aia della cascina. La mietitura avveniva quando il chicco di frumento era completo ma non del tutto maturo, altrimenti sarebbe fuoriuscito dalla spiga durante le operazioni di mietitura e trasporto.
I covoni di grano, ammucchiati a piramide sull’aia, attendevano l’arrivo della trebbiatrice. Il suono della sirena dava inizio alle operazioni di trebbiatura alle quali partecipavano molte persone che iniziavano il lavoro di buon mattino. Il battito frenetico del trattore, di solito un Landini a testa calda, il rombo cupo della trebbiatrice e il denso polverone della pula (involucro del cereale che sarebbe diventato un alimento per le mucche) si spargevano non solo per l’aia, ma anche nei dintorni.
La trebbiatrice era una grande cassa di legno montata su un carro a quattro ruote, lungo circa sei-sette metri, che spiccava per il colore arancione. Dai suoi lati sporgevano degli assi sui quali erano montate delle pulegge e il tutto era azionato da un motore che attraverso una cinghia (la “correggia”) di trasmissione si collegava con la trebbia mettendo in movimento gli ingranaggi.
Le fascine, slegate, venivano inserite nella “bocca” della trebbiatrice che divideva i chicchi dalla paglia e dalla pula, raccogliendo i primi in sacchi di iuta mentre l’imballatrice pressava la paglia in rotoli o “balle”.
Per difendersi dalla polvere, i contadini mettevano un fazzoletto davanti a bocca e naso come filtro. In passato la mietitura e la trebbiatura del grano rappresentavano il successo di un lavoro lungo e faticoso, reso ancor più pesante dal caldo afoso.
Eppure era anche una festa. Difatti al termine della trebbiatura si organizzava il pranzo comunitario per ringraziare quanti avevano prestato aiuto: parenti, amici, vicini di cascina, trebbiatori.
Antipasti, bolliti di carne, tajarin o agnolotti, salumi e formaggi, il tutto annaffiato da Nebbiolo e Barbera per brindare all’ottima annata agricola e scacciare la stanchezza. Non mancavano musica e balli sull’aia, accompagnati dal suono di fisarmoniche e clarinetto, intervallati da battute, lazzi, pettegolezzi. Alla fine del pranzo i macchinisti smontavano la trebbiatrice e partivano per un’altra cascina. Le donne rassettavano la cucina e gli uomini pulivano l’aia.
Guido Gabbio
