Macrino d’Alba, l’inedito Cristo benedicente dei Musei Vaticani

Il Cristo benedicente tra gli apostoli è uno dei pezzi forti dell’allestimento che la fondazione Accorsi Ometto di Torino ha dedicato al Sodoma. Proviene dalla residenza papale di Castel Gandolfo

Macrino d’Alba, l'inedito Cristo benedicente dei Musei Vaticani

ARTE. “Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma. Alla conquista del Rinascimento”, la mostra in corso alla fondazione Accorsi Ometto di Torino fino al 6 settembre, ha riportato l’attenzione sul maestro originario di Vercelli (1477-1549), cresciuto nella bottega di Giovanni Martino Spanzotti e poi autore di capolavori nel Senese, collega di Raffaello nell’affrescare le stanze di papa Giulio II in Vaticano, pittore di fiducia della famiglia Chigi.

Un percorso di grande successo, come diremmo oggi, articolato dai curatori dell’esposizione con circa cinquanta opere dell’artista e di suoi contemporanei sistemate in sette sezioni. La penultima, “Ad longinquas partes Rome: opere e artisti in viaggio” presenta due opere di Gian Giacomo de Alladio, più conosciuto come Macrino d’Alba: la Madonna col Bambino tra i santi Nicola di Bari e Martino (1492-93), conservata nella pinacoteca dei Musei capitolini, a Roma, e un inedito. È una predella – «tavoletta rettangolare, allungata, che costituisce la base inferiore, o riveste il gradino di appoggio di un polittico o di una pala d’altare», per usare la definizione della Treccani: il catalogo la descrive alta 43 centimetri e lunga oltre due metri e trenta, dipinta a «olio e oro». Raffigura Cristo benedicente tra gli apostoli e fino a ora non aveva ricevuto un’attribuzione.

Macrino d’Alba, l'inedito Cristo benedicente dei Musei Vaticani

«Appartiene alle collezioni dei Musei vaticani ed è in deposito alla residenza papale di Castel Gandolfo», spiega Massimiliano Caldera, storico dell’arte della Soprintendenza di Torino. «Nell’ambito delle ricerche per la mostra su Giovanni Antonio Bazzi, il dipinto è stato rintracciato da Vittorio Natale. Non si avevano notizie sulla sua provenienza e non aveva avuto fortuna critica, cioè non era stato preso in considerazione dagli studiosi. Ha caratteri stilistici inequivocabilmente di Macrino. È noto che Gian Giacomo de Alladio, membro di una famiglia del notabilato albese in relazione con l’establishment della corte paleologa, compie la sua formazione a Roma. Probabilmente ritorna nel Monferrato nel 1494, al seguito della delegazione inviata da Casale per congratularsi con papa Borgia per l’elezione», guidata dal vescovo albese Andrea Novelli e da Benvenuto Sangiorgio, che saranno poi ritratti da Macrino. Il legame tra le due capitali era molto vivo alla fine del Quattrocento: Caldera ricorda che è papa Sisto IV (1414-1484) a istituire la diocesi casalese, staccandola da Vercelli e Asti, città nell’orbita dei Savoia.

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Massimiliano Caldera con la Madonna del latte di Barnaba da Modena in corso di restauro.

«Al rientro in patria Macrino ritorna completamente nuovo dal punto di vista artistico e vi porta un linguaggio pittorico moderno, apprezzatissimo in quel momento in tutta Italia», dice Caldera. È uno stile profondamente diverso da quello che si era visto nel marchesato e in generale in area piemontese, legata fino a quel momento alla Lombardia. Macrino è cresciuto artisticamente nell’ambiente di Pinturicchio, il pittore preferito dei Della Rovere e dei Borgia, ma anche del Perugino e di Luca Signorelli, quegli artisti toscani e umbri trapiantati a Roma e coinvolti nel primo ciclo di affreschi della Cappella Sistina.

Le opere del maestro albese sono improntate alla cultura tosco-romana, «tant’è vero che noi troviamo Macrino al massimo della sua fortuna alla Certosa Pavia», chiamato da Ludovico il Moro come seguace della cultura centro-italiana. Oggi vi rimane il polittico di Cristo risorto, i quattro evangelisti, Madonna con Bambino e due santi.

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Gian Giacomo de Alladio, Macrino d’Alba

Caldera aggiunge ulteriori elementi: «Un altro aspetto di grande interesse della vicenda della predella è legato al fatto che a partire da un certo momento – l’inizio del primo decennio del Cinquecento – Macrino non è più solo. Conosciamo pochissimo della vita del maestro albese, ci sono pochissimi documenti. Di certo gravita tra Casale, Asti e Alba, la sua area di riferimento principale. Le informazioni sulla sua attività artistica sono scarse, ma abbiamo le opere. In alcune di queste si capisce che Macrino lavora con un altro pittore o quantomeno con questo è in un rapporto stretto, al punto di scambiarsi dei cartoni preparatori. Si tratta di colui che è conosciuto come il Maestro di San Martino Alfieri».

Non si conosce il suo nome, ma venne identificato così per via delle tavole ritrovate alla fine dell’Ottocento nel castello del paese astigiano, parti di un altare a sportelli del quale non si conosce né la provenienza, né l’originaria impaginazione.

Oggi sono conservate a palazzo Mazzetti ad Asti. «Vennero attribuite, all’inizio, a Macrino, perché presentano dei caratteri compositivi prettamente macriniani», ma furono eseguite con «una condotta pittorica che con l’artista albese non ha molto da spartire». Si tratta di una personalità dai caratteri spiccati e dotata di una qualità molto alta dal punto di vista figurativo», ma dell’origine delle sue opere si sa nulla. La sua area d’azione coincide in parte con quella di Macrino; egli stesso potrebbe essere arrivato in Piemonte, ipotizza Caldera, dalla Francia, magari al seguito di Anna d’Alençon – ritratta dal Macrino – la moglie del marchese Guglielmo IX, ed essere entrato nell’orbita del pittore di corte.

L’aspetto che ha stupito gli studiosi quando si sono trovati al cospetto della predella ora esposta a Torino, «che abbiamo avuto modo di osservare per la prima volta in questa occasione, è che si tratta di un dipinto eseguito a quattro mani: Macrino e il Maestro di San Martino Alfieri», con particolari realizzati dall’uno e dall’altro in maniera differente, come segni distintivi dei due autori.

Come arrivò in Vaticano l’opera di Macrino (e del suo “socio”)? È una domanda alla quale rispondere non è semplice. Massimiliano Caldera si muove tra le diverse ipotesi: «All’inizio dell’Ottocento, all’epoca della Restaurazione, girano a Roma dei quadri piemontesi. Un esempio è la tavola macriniana ora ai Musei capitolini, che sappiamo essere stata venduta nel 1824 da Carlo Fea, archeologo e antiquario cittadino del Regno di Sardegna». L’inedito esposto a Torino potrebbe aver seguito la medesima via, anche se «non sappiamo ancora in quale modo e perché».

Dagli studi prossimi venturi potrebbe arrivare una qualche risposta. A noi ora non resta che prendere la strada per Torino e andare a visitare un’opera del nostro maggior pittore che avevamo mai potuto apprezzare.

Paolo Rastelli 

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