testo e foto di Pierangelo Vacchetto
ALBA – «Vendemmiare è come riscuotere un premio», Cesare Pavese lo scrive nei Dialoghi con Leucò, ma subito aggiunge una considerazione che sembra fatta apposta per togliere alla vendemmia ogni immagine da cartolina: «Non è mica una festa. La festa si fa a cose fatte». Prima della festa ci sono il lavoro, la corsa, le mani che raccolgono, le cassette da riempire e portare via e, alla sera, la stanchezza «si è così rotti che si casca dal sonno».
È forse proprio qui che la vendemmia di oggi, nonostante siano cambiate le campagne, i mezzi e i modi di lavorare, può ancora incontrare quella raccontata da Pavese e Beppe Fenoglio.
La Langa di un tempo era una terra dura, la vendemmia non era un rito da fotografare, ma uno dei momenti più importanti e impegnativi dell’anno agricolo. Si arrivava alla vigna con il buio o con le prime luci, si lavorava fino a quando la luce lo permetteva e ogni grappolo raccolto rappresentava il risultato di un anno di attese, di preoccupazioni e di lavoro.
Fenoglio, nella Malora, racconta quella condizione con parole che restituiscono tutta l’ansia di quei giorni quando la vendemmia si faceva «con l’anima in gola» e, una volta riempiti i mastelli, restava ancora il problema di portarli via, di trasformare quel raccolto in qualcosa che potesse davvero diventare il frutto del lavoro di un’intera stagione.
Nei Ventitré giorni della città di Alba ritorna una delle immagini più vere della Langa fenogliana dove la terra è faticosa, ma «la vigna è una padrona ancora più severa». Una frase che dice molto più di una semplice descrizione agricola, la vigna non concede distrazioni, pretende attenzione, fatica, puntualità. Se la terra può aspettare, la vigna no, quando arriva il momento giusto bisogna esserci.
Oggi quella Langa è cambiata
La malora è lontana e, per fortuna, molte delle sofferenze raccontate da Fenoglio appartengono a un’altra epoca. I grappoli di moscato raccolti oggi a Madonna di Como, appena sopra Alba, non rimangono nei mastelli ad aspettare il trasporto come accadeva un tempo ma finiscono rapidamente in cantina.
Le tecniche sono cambiate, i tempi sono diversi, il lavoro è certamente meno duro rispetto a quello dei contadini raccontati da Pavese e Fenoglio. Ma basta trascorrere qualche ora tra i filari per accorgersi che qualcosa è rimasto uguale. Rimane il gran fervore della vendemmia, rimane quella specie di eccitazione che prende le colline quando arriva il momento della raccolta.
Rimane la necessità di fare presto, perché l’uva non aspetta. Rimangono le persone che lavorano una accanto all’altra, i richiami tra un filare e l’altro, le battute, le risate, le storie raccontate mentre le mani continuano a lavorare e soprattutto rimane una cosa che forse Pavese e Fenoglio avrebbero riconosciuto immediatamente cioè che la vendemmia è ancora un momento nel quale le persone stanno insieme.
A Madonna di Como, alla fine di una giornata tra le vigne, il pensiero può essere già rivolto alla sera. Qualcuno pensa di andare ad una festa di paese, qualcuno alla cena, qualcuno torna a casa con ancora da preparare il sugo e la besciamella per una bella pasta al forno. Cambiano i programmi, cambiano le necessità, cambia il mondo intorno alla vigna, ma quella voglia di stare insieme, di raccontarsi la giornata, di scherzare sulla fatica appena passata, è sorprendentemente simile a quella di un tempo. E allora la vera continuità tra la vendemmia raccontata dai due scrittori e quella di oggi non sta forse nei mastelli, nelle cassette o negli strumenti di lavoro. Sta nelle persone.
Le persone della vendemmia
Al mattino ci si ritrova sotto i filari. Ognuno sa che c’è da lavorare e che sarà una giornata lunga. Poi, alla sera, quando il lavoro è finito, non c’è soltanto la soddisfazione di aver riempito le cassette. C’è il piacere di fermarsi tutti insieme, magari sotto l’ombra di un grande albero, per un caffè prima di salutarsi e darsi appuntamento al mattino seguente. È un gesto semplice, quasi insignificante se osservato da fuori. Eppure contiene qualcosa di antico.
Pavese diceva che la festa viene «a cose fatte». Forse oggi la festa non è soltanto quella che aspetta dopo la vendemmia, quando il vino sarà pronto e ci sarà finalmente il tempo di brindare. La festa, in qualche modo, è già dentro quelle ore trascorse insieme, è nel caffè bevuto sotto l’albero, nella battuta scambiata tra due filari, nel racconto della giornata, nella stanchezza condivisa.
La Langa di Fenoglio non c’è più, e per fortuna non c’è più nemmeno quella malora fatta di miseria e di «anima in gola», ma la vigna continua a essere una padrona esigente, chiede ancora di esserci al momento giusto, di lavorare insieme, di rispettare i suoi tempi. E forse è proprio questo che rende la vendemmia, ancora oggi, qualcosa di più di una semplice raccolta. È il momento in cui una comunità, anche solo per qualche giorno, torna a riconoscersi nella stessa fatica e quando la sera ci si siede sotto un albero, con le mani stanche e il caffè davanti, si capisce che il premio di cui parlava Pavese non è soltanto l’uva raccolta, ma è anche il tempo passato insieme per raccoglierla.








