di Paolo Tibaldi
ABITARE IL PIEMONTESE – Perché ci sia balzato alla mente di raccontare questa parola, è da ricondurre alla lingua spagnola che, come il piemontese, ha radici latine. Ricordiamo di aver ascoltato un bambino dire a sua madre: Martìn dijo una groserìa (Martìn ha detto una volgarità, una parolaccia). È bastato questo ad accendere il corrispondente piemontese gȓossé (al femminile grossera). Si pronuncia gȓussé e significa proprio grossolano, rozzo, volgare, sgarbato, maleducato, insomma tutto ciò che non brilla certo per raffinatezza. Un individuo può essere gȓossé, ma anche un oggetto, un lavoro o persino il pane. In quest’ultimo caso, per esempio, si può intendere cruscoso, cioè dalla grana grossolana.
Il termine conosce anche forme derivate. Gȓossaiȓon è un accrescitivo e può diventare sinonimo di brocasson o scaȓpasson: qui la rozzezza cresce di taglia e pare quasi di vederla arrivare con gli scarponi. Gȓossarìa, invece, è un termine di area artigianale, dal francese grosserie, usato per indicare genericamente i lavori di grandi dimensioni eseguiti da falegnami, fabbri, orafi. Un’espressione piemontese che rende l’idea è gȓossé pai dȓa pàja ‘d fave, cioè grossolano, ruvido, come la paglia delle fave. Un’immagine rustica, che non ha bisogno di altre spiegazioni.
L’etimologia conferma il viaggio della parola: secondo il Repertorio etimologico piemontese, deriva dal francese grossier, (grossolano, rozzo, volgare), a sua volta dal latino volgare grossum (grosso). Anche il vocabolario di Sant’Albino registra gȓossé con il senso di grosso, materiale, rozzo, grossolano, fino a indicare ȓa part pì gȓosseȓa, la materia più grossa, densa e grossolana. Le parentele non finiscono qui: nel provenzale troviamo groussiero. Da una grosería spagnola a un gȓossé piemontese. Cambia la lingua, ma non cambia molto la sostanza: quando qualcosa è rozzo, poco garbato o curato, il piemontese custodisce una parola che non si avvale di mezzi termini: gȓossé.
