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#8MARZO Toponomastica femminile: Ma davvero non hanno mai fatto nulla? Ce lo siamo chiesti guardando i nomi delle strade

Toponomastica femminile: Ma davvero non hanno mai fatto nulla? Ce lo siamo chiesti guardando i nomi delle strade

di Elisa Rossanino

8 MARZO8 marzo, tre donne, tre strade” è l’iniziativa che ogni anno l’associazione Toponomastica femminile lancia a tutti i Comuni italiani. La campagna propone alle Amministrazioni di celebrare la Giornata internazionale dei diritti delle donne impegnandosi a dedicare tre strade a tre figure femminili: una locale, una nazionale e una straniera.

La campagna

Il progetto coordinato da Giovanna Cristina Gado ha l’obiettivo di ridurre il gap di genere, rendendo la toponomastica più equa e paritaria. La campagna è supportata anche dall’ Anci (Associazione nazionale Comuni italiani). Per conoscere meglio questa realtà abbiamo parlato con Loretta Junck, referente torinese di Toponomastica femminile, diretta fin dalla sua nascita da Maria Pia Ercolini.

L’intervista

Come e quando ha conosciuto l’associazione?

«Era il 2012 e un’amica mi aveva convinta a iscrivermi a Facebook. Avevo visitato qualche gruppo femminista o ecologista, avevo esplorato qua e là e confesso che non ero rimasta troppo entusiasta fino a quando non mi scrisse Maria Pia proponendomi di collaborare a quello che chiamava il “censimento toponomastico” della mia città, Torino. Questo invito alla concretezza mi incuriosì. Era qualcosa di molto diverso dalla chiacchiera e dai post superficiali dei social».

In che cosa consisteva?

«In sostanza si trattava di trovare quanti tra vie, corsi, piazze e viali di Torino fossero intitolati a uomini, quanti a donne, quanti a realtà cosiddette “altre”. E poi stabilire a quale categoria appartenessero le donne cui era stato dedicato uno spazio urbano: se sante, oppure letterate, politiche, scienziate, sportive. Iniziai a spulciare lo stradario cartaceo di Tuttocittà, una di quelle guide che in quegli anni si utilizzavano per trovare un indirizzo sulla mappa della città. Fu molto utile. Insieme a me stavano portando a termine la ricerca moltissime altre volontarie. In quel periodo ci conoscemmo e ci scambiammo idee e opinioni e nel 2014 nacque l’associazione. Oggi conta più di 24mila membri su Facebook e ha 400 tesserati tra cui anche associazioni, scuole e Comuni. Tra i sostenitori ci sono pure alcuni uomini, sono i benvenuti».

Cosa emerse dalla ricerca?

«Venne fuori che a Torino il numero delle figure femminili presenti nella toponomastica cittadina era irrisorio: meno del 3 per cento, contro un buon 40 e oltre assicurato agli uomini. Nel giro di pochi anni, utilizzando gli stradari forniti dall’Agenzia del territorio (oggi incorporata nell’Agenzia delle entrate) e contattando i Comuni italiani, riuscimmo a portare a termine il censimento toponomastico di tutti i 7.896 Comuni italiani. Fu una gran fatica, ma non priva di risvolti interessanti. I risultati sono visibili sul nostro sito to ponomasticafemminile.com e parlano chiaro. Analizzando i numeri raccolti abbiamo appurato, per nulla sorprese, che le donne rappresentate erano pochissime (tra il 3 e il 5%) con relativamente poche differenze tra Nord, Centro e Sud Italia. Oggi, dopo anni di sollecitazioni, la situazione pare lievemente migliorata. Ogni anno scriviamo a tutti i sindaci proponendo la campagna dell’8 marzo».

Quale significato più profondo si cela dietro la vostra richiesta?

«Ci teniamo a far capire che i simboli sono importanti. Il nome di una strada e il linguaggio stesso che utilizziamo hanno una valenza. Tutte le attività che proponiamo hanno un filo conduttore: far conoscere le storie delle donne spesso dimenticate. Vogliamo rendere nota l’azione delle donne nella società, un aspetto che è sempre stato trascurato, come se ad agire fossero sempre stati gli uomini, ma sappiamo che non è così. Abbiamo smosso le coscienze a ragionare su una situazione ritenuta ormai “normale” e a domandarsi se davvero le donne non hanno mai fatto nulla di importante. L’oblio ha oscurato tante storie virtuose che possono diventare un modello per nuove generazioni. Siamo partite da qua e abbiamo proposto un modo diverso di guardare la città. È un piccolo segno, ma pensiamo che le nuove generazioni siano pronte a un cambiamento. Rispetto al passato vedo un grande passo avanti».

Come hanno reagito i Comuni alla campagna?

«Molti non hanno risposto, altri si sono dimostrati disponibili e incuriositi. È servito per farci conoscere e instaurare delle collaborazioni che portiamo avanti tutt’oggi anche nelle scuole. Siamo convinte che questa disparità evidente tra le intitolazioni femminili e maschili corrisponda a una mentalità profondamente misogina che spesso, quasi in modo inconsapevole, si trascina ancora una visione che ormai non appartiene più alla realtà. Promuovere la presenza di figure femminili diventa un’azione di cittadinanza attiva che sollecita a intervenire nei confronti di una evidente discriminazione».

Quali ricadute ha avuto?

«Siamo riuscite a ottenere una modifica del regolamento della toponomastica e a rendere urgenti le intitolazioni paritarie. Le cose stanno lentamente cambiando, ma dobbiamo fare i conti con le poche possibilità di nuove intitolazioni nelle nostre città ormai consolidate, c’è qua e là qualche area verde e poco più. A Torino per esempio ci sono poche strade che si possono intitolare alla memoria femminile, ma non c’è ancora uno spazio dedicato a Maria Montessori e da poco siamo riuscite a far deliberare un’intitolazione a Rita Levi Montalcini, premio Nobel nata in città. Abbiamo notato anche una certa resistenza, tutte le volte che si parla della necessità di colmare il divario, il discorso provoca fastidio in alcune persone. Il nostro impegno ha dato dei frutti e ottenuto riconoscimenti anche internazionali, all’Università di Ginevra è nata una cattedra di Toponomastica inclusiva, suggerita dal nostro lavoro. Segno che qualcosa sta cambiando».

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