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Abitare il piemontese / La parola della settimana è Tabernàcol

Significa: ciborio della Santissima Eucarestia, tabernacolo, ma anche donna trascurata, trasandata oppure individuo disordinato che non bada alla propria persona

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ABITARE IL PIEMONTESE – Nel cuore delle chiese, al centro dell’altare, si trova uno degli oggetti più solenni della tradizione sacra: il tabernàcol. Il termine indica il tabernacolo, cioè il ciborio che custodisce la Santissima Eucarestia. Il dizionario Sant’Albino lo definisce con precisione: «cassetta a guisa di tempietto, posta sull’altare principale delle chiese, in cui riponesi la pisside colle ostie consacrate». L’alto artigianato piemontese rivela grande raffinatezza: tabernacoli in legno intagliato o marmo, realizzati tra Seicento e Settecento; marmi verdi, rossi e gialli s’alternano con lesene e cornici modanate; le porticine, ornate da ostensori o foglie d’acanto, esaltano la solennità del Sacramento.

Il tabernàcol, però, vive anche nella lingua popolare con significati inattesi. In senso figurato può indicare una persona trasandata: una donna sciatta o un uomo disordinato e senza cura di sé. Il passaggio semantico nasce probabilmente dall’etimo latino taberna, la taverna: luogo rumoroso e poco ordinato, da cui l’idea di chi appare scomposto o malandato. Nella parlata piemontese tabernacol può, inoltre, riferirsi a una piccola cappella lungo la strada (sinonimo di caplòt o pilon) dedicata a un santo e spesso posta agli incroci o ai margini dei campi. Un richiamo lontano all’Antico Testamento, dove il tabernacolo era la tenda sacra che custodiva l’arca durante il cammino degli israeliti nel deserto.

Curiosa anche la variante tabërne, nome popolare delle raganelle: strumenti a percussione usati nella settimana santa, quando il silenzio delle campane veniva sostituito dal loro suono secco, ma non manca l’ironia della tradizione orale, segno che anche le parole più solenni, nella vita delle comunità finiscono sempre per mescolare sacro e quotidiano. Carlo Artuffo racconta nella nota Predica di don Cucala che il sacrestano, per dispetto, aveva lasciato il vino acido nel tabernacolo per la messa: «A m’ha butame dël vin brusch ant ël tabërnacol e a l’ha fame mangé Nosgnor an carpion!».

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