Su questo sito utilizziamo cookie tecnici.

Uve: niente prezzi medi

Il risultato che da tempo era nell’aria stavolta si è concretizzato: non ci saranno quest’anno i mercuriali delle uve della vendemmia appena conclusa. Le parti (agricola e industriale) hanno deciso di non ufficializzare i prezzi medi delle uve 2011. A prendere la decisione è stato il presidente della Consulta vitivinicola della Camera di commercio di Cuneo, Gian Luigi Biestro (foto), il quale ha capito che si doveva mettere fine a un sistema che da troppo tempo prestava il fianco alla critica e aveva perso credibilità.

Tutto ciò non è successo per caso. Sono almeno 30 anni che il meccanismo è superato, da quando cioè non esiste più un mercato vero e proprio e non sono più possibili le rilevazioni che un tempo derivavano dall’andamento quotidiano delle contrattazioni. Eccone la prova. Mercoledì 15 dicembre 1982 Gazzetta d’Alba ospitava un mio intervento dal titolo significativo “C’era una volta… la media d’Alba”, nel quale si ricordava che verso i mercuriali c’era già stata «un’energica presa di posizione del Consorzio del Barolo e del Barbaresco, nel dicembre 1979», il quale «sollevava il problema, mettendo in discussione non tanto i sistemi seguiti nell’elaborare i dati di base, quanto le loro fonti di derivazione».

Fino al 2010 il settore ha continuato a istituzionalizzare i prezzi medi delle principali uve, ma lo ha fatto non come conseguenza di una serie di rilevazioni ufficiali sul mercato, bensì come responso di una “contrattazione” tra le parti, finalizzata a individuare una valutazione media che andasse bene per tutti.

Ma la questione era “decotta” da tempo e lo dimostra il fatto che la parte agricola e quella industriale abbiano considerato tale “rottura” come il male minore, che in fondo non crea particolari problemi. A essere maligni, si può pensare che tutti volessero la fine di questo meccanismo, ma nessuno se ne volesse assumere la responsabilità. Ora che è capitato, può essere (come mi è stato confessato) il modo per guardare avanti e pensare a qualcosa di nuovo.

La questione può avere due chiavi di lettura. 1) Dal punto di vista operativo, il settore vitivinicolo potrebbe anche fare a meno dei mercuriali, perché il mercato delle uve è sempre più striminzito, spesso tra gli operatori si sono instaurati nel tempo dei meccanismi di definizione del prezzo che superano questa situazione. Come molti ipotizzano, se ci debbono essere delle indicazioni al mercato, queste devono essere preventive, magari frutto di un accordo tra le parti, capace di segnalare anno dopo anno i cosiddetti “prezzi indicativi” come base per le contrattazioni tra chi vende e chi compra una partita di uva, in particolare dei Nebbioli da Barolo o Barbaresco che hanno l’audience maggiore.

2) Ma il settore deve disporre di molteplici elementi economici ufficiali che sappiano, agli occhi degli osservatori esterni, offrire un panorama esauriente della sua realtà e delle sue dinamiche, presenti e passate. Per questo ci vuole un lavoro più metodico e scientifico, che tenga conto non solo dei prezzi delle uve, maanche di quelli dei vini sfusi e in bottiglia, dei costi di produzione, delle rendite di posizione e di tanti altri fattori che costituiscono l’ossatura economica del settore. Sul come fare c’è l’imbarazzo della scelta. Ci sono esempi a livello internazionale (in Francia soprattutto) ai quali ci si può ispirare per realizzare con l’aiuto di adeguate professionalità quei corredi economici ufficiali che possono aiutare ogni vino a denominazione a dialogare in modo autorevole con il mondo esterno, irrobustendo da un lato la propria immagine e creando dall’altro innegabili vantaggi a favore dei protagonisti della filiera.

Giancarlo Montaldo