Il corpo di Dio

Il corpo ci sfugge: cambia nel corso del tempo, invecchia, può ammalarsi, o all’improvviso diviene capace di talenti neppure immaginati. Ma soprattutto il corpo è in grado di generare, di comunicare vita al di là di sé, trasmettendo, raccontando, custodendo l’esistenza umana di generazione in generazione. Questo tratto del corpo rivela che la statura adulta di un uomo o di una donna non è la libertà senza limiti dell’eterno adolescente, ma si identifica invece con la capacità di generare vita, di diventare “padri” e “madri”, di assumere con responsabilità creativa il compito educativo che ciascuno è chiamato a onorare con tutto se stesso. La corporeità umana è questo continuo racconto dinamico di ciò che è stato gratuitamente ricevuto e fiduciosamente imparato dalle tante relazioni quotidiane. Ma non raggiungerebbe la sua pienezza e la sua maturità se non si dedicasse finalmente a una qualche precisa forma di paternità, di consegna di sé per la vita altrui. Alla sinagoga di Nazaret (Luca 4, 14-21) Gesù percepisce, in ascolto di un testo che riceve da altri e che legge con altri, il raggiungimento di un compito preciso, di una vocazione singolare, di una missione a favore di tutti che può realizzare lui solo, come responsabilità sua propria, qui e ora. Non sarà capito, forse perché è più facile rimanere adolescenti a vita senza decidersi mai, senza dare una forma stabile e coerente alla propria vita. Forse avrebbe dato meno fastidio se quel brano di Isaia fosse stato custodito in un freddo rotolo inerme, senza che prendesse corpo in una persona concreta, nel Figlio stesso di Dio che ne vivrà tutte le conseguenze sulla sua pelle, senza voltarsi indietro. Ma Gesù non fa così; va fino in fondo, riconoscendo che solo un corpo aperto, ferito e consegnato ritrova se stesso nella sua instancabile cura per la generazione e per la vita di altri. Ecco il terzo segreto: ascoltando il corpo che ci sfugge è possibile imparare che proprio la sua consegna generativa e non la sua mummificante custodia gelosa e sterile, ci introduce all’età adulta, alla pienezza di una vocazione che sia davvero all’altezza della nostra umanità. È lasciandosi attraversare dal corpo del Figlio, dunque, corpo di Dio tra noi, che si impara a leggere il limite del proprio corpo come una benedizione e non come una minaccia, le relazioni di cui è scolpito come una promessa e non come una pericolosa invadenza, la sua capacità di generare come vita ritrovata e non come un’inesorabile perdita di sé. Ogni vocazione nasce, si regge e matura non certo come fuga dal mondo e dall’umano, ma su questo straordinario “racconto del corpo”, che il figlio di Dio ci insegna a leggere con sorpresa dentro le pieghe più quotidiane della nostra carne: riconoscenza per ciò che ci precede, comunione promettente con ogni fratello che ci sta attorno, desiderio appassionato di generare vita in altri. Perdi l’umanità del corpo e perderesti il corpo stesso di Dio che lo abita. Che tu sia padre, madre, figlio, studente, prete, religioso, religiosa, lavoratore, politico, ricercatore, non perdere mai, prima di ogni altra cosa, questo inedito tratto umano e corporeo della tua vocazione. E forse reimpareremo a costruire insieme una Chiesa che, nella molteplicità dei carismi, sappia testimoniare l’incredibile umanità del Vangelo. Perché questo, e soltanto questo, dovrebbe bastarci!

Don Gianluca Zurra (fine)