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Dove sei Albert? In sala Ordet si mette in scena la dislessia

SPETTACOLO Quando le lettere si ingarbugliano, i segni matematici si confondono e le parole restano sulla punta della lingua, andare a scuola può essere più che difficile, diventa un vero percorso a ostacoli. Questo racconta Dove sei Albert? il monologo teatrale di e con Francesco Riva che sarà messo in scena in sala Ordet venerdì 31 marzo. Dopo la matinèe per le scuole, già esaurita da settimane, l’Associazione italiana dislessia, che promuove lo spettacolo con il sostegno della fondazione Miroglio, spera nel pienone anche per la replica, in programma alle 20.45 dello stesso giorno.

«Lo spettacolo, ad ingresso gratuito, vuole essere uno spunto interessante e piacevole per diffondere la conoscenza sui disturbi specifici di apprendimento Dsa e provare a scardinare gli stereotipi sulle diversità, in senso lato», affermano il dottor Roberto Lingua e la dottoressa Giuliana Chiesa, referenti albesi dell’Associazione che, a livello nazionale, riunisce e tutela i soggetti dislessici, discalculi, disortografici, disgrafici o disprassici.

A mettere in scena la storia di Giacomo Rossi – un bambino di 10 anni non compreso dai genitori, né dalla scuola, fino a quando il maestro Andrea gli farà ritrovare la voglia di giocare e di imparare – sarà Francesco Riva, giovane quanto talentuoso attore.

Come è nato questo monologo?
«Come tesi di laurea alla European union accademy of theatre and cinema. Dovevamo trattare un tema sociale che ci stesse a cuore. Scelsi la dislessia. Da dislessico, era l’opzione più immediata. E di certo più vera. In tre giorni ho scritto il testo, in tre settimane l’ho messo in scena».

Nella storia, il teatro è stato strumento di sensibilizzazione. Conserva questo ruolo ancora oggi?
«Certo, anzi mai come oggi il teatro ha promosso tematiche sociali, cultura, arte, bellezza. Penso che ai giorni nostri il teatro sia luogo di confronto con gli altri e con sé stessi. È occasione di porsi domande, scavare nella propria coscienza».

I disturbi dell’apprendimento sono ancora  poco conosciuti, anche tra il personale scolastico. Qual è, secondo lei l’ostacolo più grande da superare per un bambino che è affetto?
«Purtroppo, spesso nel personale scolastico manca addirittura la volontà di conoscerli. Effettuata la diagnosi, il primo passo per il dislessico è riconoscersi come tale. Poi, utilizzare gli strumenti che compensano le sue difficoltà (calcolatrice, dizionario, computer, mappe, audiolibri) si rivela efficace».

Nello spettacolo l’incontro col maestro Andrea rappresenta per Giacomo la svolta. Nella sua vita c’è stato un “maestro Andrea”?
«Sì, si chiama  Diana, è stata la mia insegnante di storia alle elementari;  la sento ancora oggi»

Cosa dovrebbe fare la società per chi ha disturbi dell’apprendimento?
«Dovrebbe creare scuole più inclusive, che rispettino i tempi di tutti e meno competitive, scuole che facciano crescere le coscienze».

Il suo monologo è adatto ai bambini di 10 anni?
«Assolutamente sì, spesso sono gli spettatori più coinvolti e divertiti dall’ironia del monologo».

Valeria Pelle