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L’imprevedibile Alba situazionista. Venerdì 11 maggio il convegno

L’INTERVISTA “Che imprevedibile situazione! Piero Simondo, Pinot Gallizio, Asger Jorn e le radici dell’Internazionale situazionista” è il convegno preparato dall’associazione Giulio Parusso per venerdì 11 maggio, alle ore 17.30, nella sala convegni di palazzo Banca d’Alba in via Cavour. Introdotti da Roberto Ponzio, presidente del sodalizio culturale, dal presidente della banca Tino Cornaglia e dall’assessore Fabio Tripaldi, gli interventi saranno aperti da Donatella Alfonso. La giornalista è autrice del libro Un’imprevedibile situazione. Arte, vino e ribellione: nasce il situazionismo, edito da Melangolo.

Seguiranno Antonio Buccolo con “Io e Walter Olmo, fare musica ad Alba in quegli anni” e Sandro Ricaldone, che affronterà il tema “Dal laboratorio di Alba al Cira (Centro di cooperazione per un istituto di esperienze artistiche, ndr), una situazione tra esperienza e autopedagogia”. Amelia Simondo Rolla, presidente dell’archivio Simondo di Torino, chiuderà i lavori. L’ospite d’onore dell’incontro sarà lo stesso Piero Simondo.

Maestro, ad Alba il suo nome è legato in prima istanza a quello di Pinot Gallizio, al laboratorio del Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista (Mibi), al congresso degli Artisti liberi. Un periodo che tendiamo a mitizzare: lo riteniamo miracoloso, ricco di fermenti e idee, in rapporto ai mezzi e alle dimensioni di Alba. Che anni sono stati, quelli?
«Ad Alba conobbi Gallizio che aveva, a quei tempi (stiamo parlando dei primi anni Cinquanta) una piccola fabbrica. Era nato un rapporto con lui perché io ero interessato a lavorare con la terra. C’era ad Alba anche una cerchia di intellettuali legati a Pietro Chiodi e a Beppe Fenoglio con cui si entrava spesso in polemica. Cominciammo a realizzare alcuni lavori utilizzando delle resine. Artisti di Albisola (Antonio Siri, Sciutto e Caldanzano) fecero, con il mio aiuto, una mostra ad Alba. In casa di Gallizio videro alcuni dei miei lavori realizzati con la terra e dissero che erano simili alle cose di Jorn, che ancora non conoscevo. Ci invitarono ad Albisola e a ferragosto del ’55 facemmo una mostra al bar Testa. Jorn vide i lavori, cominciammo a parlare e decidemmo di creare un laboratorio che fosse legato al suo Bauhaus immaginista. Poi Jorn venne ad Alba in settembre e lì gettammo le fondamenta del laboratorio».

Lei è stato tra i fondatori dell’Internazionale situazionista (e anche tra i primi a esserne espulso dal suo “pontefice” Guy Debord). A 50 anni dal ’68, il situazionismo si cita spesso in relazione alle sue radici politiche: quanto a proposito, a suo parere?

«Nell’idea del Mibi c’era qualcosa del vecchio Bauhaus, che si ricollegava all’intenzione di realizzare qualcosa attraverso il rapporto dell’arte con l’industria e la scienza. Era una delle cose che interessavano a Jorn in un senso sperimentale e di oggettivazione; al tempo stesso si scontrava con le convinzioni dello stesso Jorn che vedeva come fumo negli occhi qualsiasi cosa che sembrasse compromettere il suo principio di libertà creativa. Anche Debord vedeva queste cose come fumo negli occhi, ma per tutt’altre motivazioni: per lui il problema si poneva solo nei termini di un’azione politica più o meno diretta, strada sulla quale la stessa Internazionale situazionista naufragò. Nel rapporto arte-rivoluzione per Debord l’arte spariva, rimaneva solo l’idea della rivoluzione condotta anche contro l’arte stessa, vista come l’espressione di ciò che era necessario rivoluzionare, come un elemento da superare e scartare. Lo scontro si creava perché l’idea di rivoluzione era assunta in termini che comportavano il superamento o addirittura la negazione di qualsiasi cosa, prima ancora che venisse realizzata. Su queste cose mi dissociai: non intravedevo nessuna prospettiva ma solo l’antica contraddizione per cui il principio rivoluzionario si trasformava in un palcoscenico per quelle cose che in teoria si sarebbero volute negare e su cui ognuno aveva costruito le proprie avventure, compreso lo stesso Debord – che pubblicò tutti i suoi lavori con Gallimard. Quindi io (assieme a mia moglie e Valter Olmo) nel 1958 ero fuori».

Che cosa pensa delle più recenti esperienze di arte industriale?
«La questione sollevata da Jorn non tanto sul rapporto arte-scienza quanto su quello arte-industria, che si riallaccia alle problematiche del Bauhaus, è una questione non risolta, cui in seguito sono state date svariate risposte, tutte però estremamente deboli e banali. Il rapporto arte-industria nel senso della sua produzione economica è rimasto al livello della sponsorizzazione: niente di più o di diverso dal “cardinale rinascimentale”. O si è concretato, per altro verso, anch’esso affatto semplicistico, nel design. Pensando ad esempio ai rapporti fra arte e industria sorti attorno al Movimento per l’arte concreta (Mac), posso dire di trovarli poco significativi, anche negli esiti. Non si attua nessuna vera integrazione: il rapporto tra quelle ricerche e la realtà, la vita sociale, rimane modesto. Finisce per tornare a essere quel che non vorrebbe, cioè décor, nel senso più banale del termine, con tutta una serie di stereotipi, con un po’ di “stranezze” qua e là. Mi pare molto poco».

Paolo Rastelli