Recuperiamo al Dolcetto il mercato dei vini giovani

Recuperiamo al Dolcetto il mercato dei vini giovani

L’INTERVISTA  Gianluigi Biestro, classe 1956, enologo, direttore della Vignaioli piemontesi, è di nuovo stato chiamato a far parte del Comitato nazionale vini. Non è la prima volta, ma adesso è importante: con lui c’è solo un’altra piemontese nell’organismo nazionale, Antonella Bosso del Centro di ricerca per l’enologia del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria.
L’abbiamo incontrato per focalizzare i temi principali su cui si potrebbe sviluppare la sua attività in seno al comitato che regola le denominazioni di origine dei vini. Biestro esordisce con un ragionamento generale che non è collegato con la presenza nel comitato, ma che ha un certo peso: «Oggi, con molti settori in crisi, constatare che nell’Albese ci sono circa 600 ettari di nuovi vigneti progettati, ma non realizzati per via della nuova regolamentazione delle autorizzazioni, è una contraddizione bella e buona. È necessaria una maggiore sinergia territoriale per ottenere incrementi della quota degli impianti possibili in un settore così dinamico. La domanda è spontanea: è meglio usare schemi rigidi o è preferibile favorire chi vuole investire? Sempre di più si sente la mancanza di un organismo di coordinamento e confronto come era la Consulta vitivinicola in seno alla Camera di commercio».

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Il direttore della Vignaioli piemontesi Gianluigi Biestro

Venendo a temi più specifici, comincerei dal Langhe Nebbiolo, un vino in grande spolvero, con una produzione annua oltre i sei milioni di bottiglie. Come gestirne lo sviluppo?
«Farei attenzione alle esasperazioni per evitare che l’onda dell’entusiasmo impoverisca troppo alcuni vini da altri vitigni. Il riferimento ai Dolcetto e alla Barbera è fin troppo facile. Senza trascurare il rischio che si possano creare problemi anche a Barbaresco e Barolo. Anche qui una gestione dello sviluppo non sarebbe negativa».

Nel pianeta Dolcetto continua la lenta regressione degli impianti e della produzione. È vero che il 2019 è stato dichiarato dalla Regione Piemonte Anno del Dolcetto, ma bisognerà fare qualcosa di più per risolvere questi problemi. Hai qualche idea?
«Questo non è un problema di oggi. Bisognerebbe recuperare a questo vino e alle sue denominazioni l’ampio settore di mercato che cerca prodotti giovani, di pronta beva, di facile gratificazione. So che il consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani sta pensando a favorire l’uso della tipologia Langhe Dolcetto per sviluppare una strategia a favore del vino di pronta beva e cercare così un forte impatto sul mercato. Coalizzando produttori importanti, sia di quantità che di immagine, probabilmente i risultati potrebbero essere risolutivi».

Tra le altre questioni da affrontare, vediamo la Doc Alba, che ha avuto scarso seguito dai produttori. Nel 2017 i numeri sono minimali: 2,58 ettari di superficie, 19.727 bottiglie, sei aziende. Che fare?
«I dati sono impietosi. La situazione merita una riflessione importante. E non ha nemmeno senso cancellarla del tutto. Ci sono dei diritti acquisiti, magari pochi, ma vanno salvaguardati. Forse bisognerebbe ridiscutere la zona di produzione o la base ampelografica. In ogni caso, qualcosa va fatto, da un lato per non vincolare a una produzione irrisoria un nome così evocativo, dall’altro per dare il giusto valore a una denominazione che potrebbe essere un vanto per l’intera zona».

Nel Barolo e Barbaresco, le menzioni geografiche aggiuntive (o cru) stanno assumendo sempre più importanza. Che fare per sostenere ancora di più il loro ruolo?
«Innanzitutto, sarà sempre più strategica la gestione che il consorzio sta sviluppando sulle denominazioni. E, poi, andrebbe introdotto nei due disciplinari un elemento che può rafforzarne il valore, ovvero la riduzione della resa per ettaro (cinque o dieci per cento) rispetto al vino senza menzione. A quanto pare, questa è una situazione già reale e quindi si tratterebbe solo di recepire nella legge ciò che capita nella realtà».

Altra questione è l’inserimento nella denominazione Langhe della tipologia Moscato. Che ne pensi?
«Potrebbe anche essere un passo condivisibile a patto che si crei una tipologia per produzioni molto selezionate. Altrimenti si rischierebbe solo di creare contrapposizioni con il mondo dell’Asti o del Piemonte Moscato».

Molti produttori stanno producendo spumante, anche metodo classico, dal vitigno Nebbiolo. Ma non esiste una regolamentazione specifica per tali prodotti. A tuo avviso, come si può risolvere la questione?
«Volendo percorrere la strada dei Vsqrd (Vini spumanti di qualità in regione determinata) ci sono già delle denominazioni che fanno al caso nostro, come il Nebbiolo d’Alba che ha già questa tipologia. Poi c’è la tipologia Piemonte spumante, ora limitata a vitigni tipo Pinot nero, bianco, grigio e Chardonnay. Si potrebbe includere anche il vitigno Nebbiolo e la casella sarebbe assicurata. Mi convincono meno le soluzioni di ampliare ancora le tipologie della Doc Langhe con il Langhe Nebbiolo Spumante o di adottare con le opportune modificazioni la Docg Alta Langa».

Giancarlo Montaldo

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