Il povero Lazzaro e l’indifferenza che uccide

PENSIERO PER DOMENICA – XXVI TEMPO ORDINARIO – 29 SETTEMBRE

Due scene nelle letture della XXVI domenica catalizzano l’attenzione: l’orgia dei dissoluti di Sion descritta a tinte forti da Amos (6,1a.4-7) e la parabola del ricco e del povero Lazzaro, raccontata da Gesù (Lc 16,19-31). Le due situazioni, lontane tra loro (Amos profetizza prima del 722 a.C.) e da noi, documentano che lo scandalo dell’iniqua distribuzione della ricchezza è antichissimo. Oggi poi il divario tra ricchi e poveri si è addirittura accentuato, stando a quanto scritto nell’ultimo rapporto Oxfam: nel mondo gli otto uomini più ricchi hanno un patrimonio pari a quello della metà più povera, 3,5 miliardi di persone! Questi dati non devono diventare un alibi: anche se non siamo una di quelle otto persone la parabola di Gesù ha qualcosa da dire anche a noi. L’indifferenza di fronte a chi ha bisogno è il peccato, stigmatizzato da Gesù. Il ricco è condannato non perché ricco, ma perché, nella sua condizione privilegiata, non si accorge di avere accanto alla sua porta un barbone, un uomo che vive nella più grande povertà. La sorte eterna non dipende dallo stato sociale, ma dall’uso che si fa dei beni. Da notare che nella parabola non viene data alcuna valutazione etica sul comportamento dei due protagonisti: non si dice che il ricco fosse un usuraio, un ladro, un delinquente, né che Lazzaro fosse un uomo pio e virtuoso. Il peccato del ricco è l’egoismo spinto al massimo livello di chiusura di occhi e cuore al fratello.

Il povero Lazzaro e l’indifferenza che uccideL’alleanza con il Signore passa allora attraverso l’attenzione al fratello povero: in primo luogo quello vicino, poi quello lontano, nello spazio e nel tempo. Il Sinodo sull’Amazzonia ci ricorderà i nostri doveri nei confronti dei poveri e delle generazioni future, a cui stiamo rubando ossigeno, terra fertile, acqua pulita, riserve di energia.

Sarà Dio ad avere l’ultima parola sui ricchi e sui poveri. È il secondo messaggio della parabola, espresso con le immagini e la concezione dell’aldilà del tempo. E l’esame finale avrà una sola materia, le opere di misericordia: quelle esemplificate in negativo da questa parabola e in positivo da quella del buon samaritano sono le stesse elencate da Matteo 25,31-46, nella scena del giudizio finale. Ma chi ha il cuore ingolfato nelle ricchezze terrene non capisce, non riesce ad aprire occhi e cuore.

L’ascolto della parola di Dio è la medicina che Gesù suggerisce – «Ascoltino Mosè e i profeti» – con l’invito a farne la guida della nostra vita, nel cammino verso la salvezza. Fare leva sulla paura dell’inferno, come suggerito dal ricco della parabola e come è avvenuto spesso nel passato, è inutile e perdente. Solo con motivazioni forti e profonde un cambiamento è possibile.

Lidia e Battista Galvagno

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