Scopriamo le origini di un’unità di misura di lunghezza piemontese: il “Cicinin”

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Cicinin: Unità di misura minima: Pochino, Appena-appena

Anno nuovo, parola “nuova”! Con mestizia tocca riprendere a spron battuto le abitudini quotidiane interrotte, seppur alternatamente, dalla recenti festività. Nell’augurare un buon anno nuovo a tutti i lettori, eccoci anche con una parola nuova, ma solo nuova per la rubrica. Tra regali e mangiate in compagnia è tornato il momento di tirare la cinghia. Per l’appunto oggi parliamo di un’unità di misura di lunghezza: il cicinin.

Da non con confondere con l’italianissimo cin-cin del brindisi – benaugurante per salute e prosperità -, il cicinin di oggi è un vero e proprio modo di dire per indicare una quantità umile, discreta, assolutamente minima: il diminutivo nella desinenza ne è ambasciatore, oltre che onomatopea. Quante volte abbiamo sentito dire questa parola per dire che manca poco tempo alla fine di qualcosa, oppure quando un amico ci aiuta a fare manovra in automobile e dice ven anans ‘n cicinin (vieni avanti un pochettino); in fatto di salute, quando abbiamo un leggero fastidio cervicale e qualcuno ci chiede se abbiamo mal di capo, rispondiamo màch‘n cicinin, per dire appena-appena. A tavola, per non esagerare, mettiamo soltanto un cicinin di sale, un pizzico, eccetera…

Bene, non è la solita unità di misura al ribasso nel linguaggio tradizional-popolare. Il piemontese ne vanta una quantità ben ampia, non crediate il contrario. Qualche esempio? Na stissa (0.003 lt), na gugia (0.003 lt) na frisa (0.001 mm), na feuja ‘d meira (0.1 mm), na berlicà (0.01 mm), na barbisà (0.035 mm), ‘n pluch (0.045 mm), n’idea (0.1 mm), na lerma (0.2 mm). Alla faccia di chi sostiene che i piemontesi non siano persone morigerate.

Sicuramente l’assonanza di cicinin riporta ad una radice che può condurci all’etimo attraverso una serie di intuizioni: cicin, infatti, quasi uguale alla parola di oggi, per qualcuno indica un pulcino, oppure una persona gracile, oppure un bambino. Quando si dice invece cicin e bàgna, significa che è garantita l’abbondanza, anche metaforicamente, poiché vi è carne magra e buona, nonostante la parola sia contraddistinta da un diminutivo.

Paolo Tibaldi

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