Angelo Gaja, il patriarca del Barbaresco

Angelo Gaja, il patriarca  del  Barbaresco

L’INTERVISTA  Angelo Gaja ha compiuto ottant’anni il 7 marzo. Giornali importanti e siti Web quando scrivono di lui adoperano le definizioni «ciclone», «uno di quelli che davvero hanno cambiato in meglio le vicende del nettare di Bacco nazionale», «le roi». Al telefono – mezzo imposto dal coronavirus – risponde diretto, in puro stile piemontese. Se gli si chiede quale fu il momento in cui capì davvero che il vino sarebbe stato la sua vita risponde: «Veramente decise tutto mio padre Giovanni, classe 1908, morto nel 2002 a 94 anni. Mi tolse i grilli dalla testa e mi disse che dovevo andare alla scuola enologica per poi immergermi nell’attività familiare. La scelta la fece lui per me e non poteva essere migliore. Io però non pensavo di fare l’enologo, mi mancavano l’apprendimento dell’inglese, nozioni di economia e di marketing. Per questa ragione poi proseguii gli studi all’università (economia e commercio, a Torino, ndr)». Gli inizi: «Lavorai circa sette anni principalmente nel vigneto, che mi piaceva molto. In cantina entrai solo nel 1968; ebbi la fortuna di avere un enologo molto bravo, di Barbaresco, Guido Rivella; io mi occupai di più dell’organizzazione dell’azienda, di individuare i canali di vendita».

Alba è la sua città di nascita. Quale ruolo potrebbe e dovrebbe giocare all’interno del mondo del vino?

«Alba è già capitale della cultura d’impresa, della Nutella, del tartufo, del turismo… e gode di riflesso dell’immagine di prestigio dei vini che l’Unesco riconosce essere patrimonio esclusivo delle colline che le stanno attorno».

Gaja, lei possiede vigneti anche in Toscana. Quali sono i rispettivi punti di forza e debolezza tra le due regioni vinicole?

«La Toscana del vino macina risultati perché è più agguerrita commercialmente. Al Piemonte del vino manca ormai da troppo tempo una Igt (ora Igp) da intendere come laboratorio di sperimentazione di nuove categorie di vini capaci di soddisfare le mutevoli esigenze del consumatore. Il Piemonte del vino è azzoppato, anche se non sa di esserlo».

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Quali sono i personaggi del Barolo e del Barbaresco che ricorda con più stima?
«Bruno Giacosa, in assoluto il più grande produttore italiano del secolo scorso: produsse capolavori con Arneis, Dolcetto, Barbera, Barbaresco, Barolo, Moscato, Spumante. Nessun altro come lui. Un altro grande piemontese fu Giacomo Bologna, che si adoperò più di ogni altro a riqualificare e risollevare la Barbera da una stagnante sofferenza».

Dal suo primo viaggio negli Stati Uniti, quasi cinquant’anni fa, com’è cambiata oltreoceano la percezione del nostro vino?

«L’Italia del vino spediva su quel mercato negli anni Sessanta e Settanta delle autentiche ciofeche, in bottiglioni da un litro e mezzo, fiaschi, contenitori dalle forme più bizzarre. Fu il libro di Burton Anderson Vino: The wine and winemakers of Italy, in inglese e uscito negli Stati Uniti nel 1980, a svelare per primo agli americani che esisteva in Italia anche un largo numero di produttori artigiani capaci di farli innamorare dei vini di qualità che producevano. Fu l’inizio della svolta, spronò i produttori a esplorare quel mercato fino a ottenere i riconoscimenti dei quali godiamo oggi».

Quanto contano quelle che in Italia chiamiamo Menzioni geografiche aggiuntive? Che differenza c’è con i francesi cru e climat?

«Le Mega (anche Iga) offrono al produttore l’opportunità di collocare sul mercato bottiglie di Barbaresco e Barolo di qualità diversa frutto di maggiori attenzioni sia nel vigneto che in cantina, oltreché un posizionamento delle stesse più attento, frutto di azioni di marketing specifiche. Cru e climat hanno percorsi storici diversi. È comune l’obiettivo finale».

Cosa pensa di Collisioni?

«Che sia un evento di grande qualità ma collocato in un luogo sbagliato. Perché fa convergere in pochi giorni oltre centomila persone a Barolo, paese fragile di 700 anime simbolo dell’eccellenza del vino italiano. Inimmaginabile un Collisioni in Borgogna – a Chagny, Nuits-Saint-Georges – creerebbe uno scandalo inaudito: perché loro da sempre proteggono e tutelano ferocemente l’identità dei luoghi, dei loro terroir e della loro cultura».

Come valuta la formazione degli enologi?

«Hanno un’associazione che credo sia diventata molto solida in questi ultimi anni, guidata da persone capaci. Gli enologi hanno visto riconosciuti la loro professionalità e il loro profilo. Recentemente, leggendo la loro rivista ufficiale, ho notato che la categoria ritiene importante che gli associati apprendano di enoturismo. La figura dell’enologo ha ampliato molto il suo campo d’azione, non è più solo legata alla cantina, si è allargato lo spettro delle possibilità di lavoro».

Parliamo di esportazioni. In quanti Paesi è presente Gaja?

«Cinquantacinque. Ma ho molti colleghi – alcuni esempi sono Pio Boffa (Pio Cesare), Ceretto, Marchesi di Barolo, per non parlare di Fontanafredda – inseriti su numerosissimi mercati. La presenza in molti Paesi è frutto anche del lavoro che si è fatto tutti insieme per far crescere l’interesse verso i vini albesi, che ha creato un terreno più fertile sui mercati esteri di quanto non fosse quarant’anni fa».

Angelo Gaja, cosa pensa del fermento intorno a nuove denominazioni, in atto soprattutto per quanto riguarda il Moscato?

«Se nascono come denominazioni di secondo livello partono svantaggiate. Manca una Igt nella quale inserire vini di nuova generazione originati dal Moscato, che tornerebbe molto utile».

Il Consorzio ha recentemente bloccato gli impianti del Nebbiolo da Barolo. Non le sembra una reazione esagerata visto che nell’annata 2019 le bottiglie sono di nuovo aumentate di circa 800mila unità?

«Il blocco degli impianti è uno strumento egoistico, privilegia ulteriormente i produttori che già possiedono vigneti di Barbaresco e Barolo. È un atto di egoismo vietare la conversione a Nebbiolo ai viticoltori che all’interno dell’area di produzione del Barolo e Barbaresco possiedono vigneti di altre varietà. È immorale mantenere il divieto dianzi accennato allorché il prezzo dello sfuso ritornerà a livelli elevati mentre per Dolcetto e Barbera ottenuti da vigneti all’interno della zona di produzione si spuntano prezzi molto inferiori. La misura più efficace e di risultato immediato di contenimento della quantità di bottiglie di Barbaresco e Barolo è una sola: la riduzione del massimale di produzione di uva consentito dal disciplinare, di quanto e per la durata che occorre a riequilibrare il mercato. Quando c’è da soffrire si soffre tutti assieme».

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Oggi le denominazioni legate al vitigno Dolcetto sono in sofferenza: perdono ettari di superficie e riducono le produzioni. C’è qualcosa che si può fare a suo avviso per invertire questa tendenza?

«Esplorare nuovi impianti di vigneti Dolcetto in altitudine, in luoghi più freschi. Provare a sostenere e spronare un aspirante leader a produrre un Dolcetto al quale per qualità e prestigio il mercato italiano riconosca un prezzo anche superiore a cento euro a bottiglia».

Rispetto al Barolo, il Barbaresco sembra vivere da alcuni anni una situazione più stabile, magari con quotazioni meno elevate, ma con una coerenza più solida. È un’impressione che abbiamo noi che osserviamo le dinamiche del settore dall’esterno oppure è la realtà?

«Il Barbaresco è meno glamour ma procede con un buon passo continuo e costante, senza corse affannose che obblighino poi a pause per rifiatare. Ha goduto di due leader: Bruno Giacosa, del quale ho già detto, e della cantina dei Produttori del Barbaresco, universalmente riconosciuta come la numero uno tra le cooperative italiane per l’eccellenza e l’abbordabilità dei suoi vini. Unitamente a Gaja e ai molti altri produttori virtuosi. Procedere a fari spenti, al riparo dell’ombrello del Barolo, espone meno e rende egualmente. Non mancano produttori di Barbaresco che non rinunciano alla vocazione del gregario, di lusso però, quello capace anche di succhiare la ruota al campione Barolo per poi provare a bruciarlo sul filo di lana. È cresciuta la consapevolezza che si possa fare. Nell’ambito di una competizione leale e franca, che renderà in futuro ancora maggiore onore al Piemonte».

In un recente intervento su Gazzetta d’Alba ha sostenuto che parte dei fondi Ue destinati al settore vitivinicolo dovrebbero essere impiegati nella ricerca invece che in «ripetitive azioni di stimolo all’export». Quali sono gli enti di ricerca ai quali potrebbero essere affidati questi studi? E quali sono le priorità?

«Era stata una provocazione e correggo il tiro. L’agricoltura italiana viene finanziata annualmente dalla Ue con più di sette miliardi di euro. Suggerirei di stralciarne 400-500 milioni da destinare annualmente alla ricerca scientifica in favore del nostro comparto agricolo (inclusa la viticoltura). Evitando che il finanziamento in favore del settore vitivinicolo venga destinato in settentrione solamente al Cra di Conegliano Veneto, mentre invece occorre rivitalizzare i centri di ricerca piemontesi di Grugliasco e Asti. Ricerca da condurre a 360° per coltivazioni capaci di sopportare stress climatici, che riducano o evitino impiego di fitofarmaci, portino a un risparmio di acqua di irrigazione, eccetera».

Paolo Rastelli

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