Il sindaco Carlo Bo conferma Alessandro Prandi garante dei detenuti per il comune di Alba

Alessandro Prandi, garante per le persone detenute

CARCERE Dopo il primo mandato, Alessandro Prandi è stato confermato garante comunale per le persone detenute, figura di raccordo tra il carcere Giuseppe Montalto di Alba e il territorio, garantendo i diritti delle persone che si trovano all’interno della struttura. In questi anni, Prandi è stato in prima linea per risollevare la sorte del Montalto, in attesa di importanti lavori di ristrutturazione dopo i casi di legionella, che hanno portato a una drastica riduzione della capienza della struttura, oltre a portare avanti progetti di vario tipo insieme alle associazioni attive in ambito penitenziario. La comunicazione della riconferma è arrivata poco fa, durante il consiglio comunale albese, da parte del sindaco Carlo Bo.

f.p.

L’INTERVISTA AL GARANTE ALESSANDRO PRANDI

Una struttura in attesa di lavori di ristrutturazione, quasi sempre sovraffollata, dove sono state avviate negli anni iniziative all’avanguardia, ma nel quale potrebbe essere potenziato il legame con il territorio: è il carcere Giuseppe Montalto di Alba. Da cinque anni, a accendere i riflettori sulla struttura è il garante comunale per le persone detenute Alessandro Prandi, il cui mandato scadrà a dicembre. Un ruolo del tutto volontario e non retribuito, quello del garante, creato con l’obiettivo di far valere i diritti dei detenuti, oltre a garantire un legame tra il carcere e le istituzioni territoriali. Dopo essersi candidato nuovamente al bando comunale per i prossimi cinque anni, chiuso il 20 ottobre e in attesa degli esiti, Prandi traccia un bilancio della sua esperienza e dei bisogni dell’istituto albese.

Che realtà rappresenta oggi il Montalto?

Dopo i contagi di legionella a inizio 2016, il carcere ha riaperto nell’estate 2017, limitatamente a una sezione da 33 posti, dove in media abbiamo sempre avuto almeno 46 detenuti, a parte i mesi del lockdown, quando le cifre sono scese, per poi risalire da giugno. In questi anni, abbiamo avuto anche più di 50 detenuti, diventando il carcere più sovraffollato d’Italia. Gli spazi sono senz’altro il problema più importante della struttura, che limitano l’organizzazione delle varie attività,  soprattutto in questo momento di pandemia. Finalmente, a  settembre, è stato pubblicato il bando per lo svolgimento dei lavori, da oltre 4 milioni di euro: se verranno portati a termine entro un paio di anni, la struttura potrà ritornare alla sua capienza originaria di 142 posti.

Dal punto di vista umano, che cosa emerge dai suoi colloqui con i detenuti?

I colloqui con i detenuti sono senz’altro la parte più importante del ruolo del garante: dalla riapertura del 2017 ad oggi, ho passato in carcere 330 ore, tra colloqui, visite e altri impegni. E posso dire che, se non si vive in prima persona la realtà carceraria, non si può comprendere a pieno. Riguardo all’aspetto umano, dai colloqui ho potuto notare come, al di là del motivo per cui una persona si trova in carcere, sono tante le fragilità, che  possono derivare dal contesto da cui ciascuno proviene, dalle esperienze vissute o da altre questioni. In più casi, ho incontrati detenuti con problemi psichiatrici, che avrebbero dovuto seguire percorsi diversi da quello carcerario, ma purtroppo il sistema italiano non è in grado di garantire alternative in modo efficace.

Qual è il rapporto tra il carcere e il territorio albese?

Il Montalto ha grandi potenzialità, come dimostrano iniziative avviate negli anni, come il corso di operatore agricolo, con il vino Vale la pena. Importante anche il ruolo dell’associazione di volontariato Arcobaleno, che fornisce aiuti concreti ai detenuti e organizza attività nel carcere. All’interno, sono un centinaio gli agenti della Polizia penitenziaria, con due educatori. A mio avviso, però, continua a mancare una progettualità sul tema. Il passaggio fondamentale sarebbe coinvolgere pienamente il carcere nelle politiche sociali cittadine, considerandolo una realtà che fa parte del territorio e non qualcosa di esterno, da coinvolgere sporadicamente: è fondamentale comprendere che investire sul carcere, significa investire in sicurezza. Oggi, quando un detenuto esce dal Montalto, se non ha un contesto famigliare di riferimento, si ritrova da solo, con tutti i problemi connessi al reinserimento nella società: questo aumenta il rischio di recidiva. Per questo, i vari enti del territorio, dovrebbero coordinarsi su questo tema.

Com’è vissuta l’emergenza sanitaria in carcere?

Dopo un periodo di fermo, sono riprese le attività, a piccoli gruppi, anche se l’accesso dei volontari è ancora fortemente ridotto. Per quanto riguarda i colloqui con i famigliari, oggi sono ammessi, ma solo con un esterno per volta, mantenendo anche il sistema delle videochiamate. Rispetto ad altre realtà, per fortuna ad oggi non ci sono stati casi di Covid-19. Di certo, l’aspetto più critico è che, a differenza di altre strutture, ad Alba non è stato garantito il beneficio del lavoro esterno ai detenuti che ne hanno diritto. Il motivo è che, per gli spazi limitati, non si riesce a garantire l’isolamento del lavoratore, nel momento in cui rientra. Per esempio, parliamo di un detenuto che lavora Bra e a cui non viene più concesso di uscire da mesi.

Quali iniziative concrete le piacerebbe vedere realizzate nei prossimi anni?

Per esempio, un servizio di trasporto pubblico con il carcere, con una  navetta di collegamento con il centro cittadino, come accade in tutti gli istituti penitenziari. In egual modo, sarebbe importante migliorare il piazzale davanti alla struttura, ora abbandonato a se stesso, cosa che non si addice un luogo dello Stato. Dal punto di vista dei contenuti, tra i progetti in programma, una serie di collaborazioni, come quella tra il nostro piccolo museo e altri musei penitenziari piemontesi, ma anche con il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, avviando una vera collaborazione.

Francesca Pinaffo