Prandi, il garante dei detenuti: ho trascorso 330 ore al carcere albese Giuseppe Montalto

L’INTERVISTA Un complesso in attesa di ristrutturazione, sovraffollato, dove sono state avviate iniziative all’avanguardia: è il carcere Giuseppe Montalto di Alba. Da cinque anni, ad accendere i riflettori è il garante per le persone detenute Alessandro Prandi, il cui mandato scadrà a dicembre. Un ruolo volontario e non retribuito, creato con l’obiettivo di far valere i diritti dei carcerati, oltre a garantire un legame con le istituzioni. Dopo essersi ricandidato per i prossimi cinque anni, Prandi traccia un bilancio della sua esperienza.

Che realtà rappresenta oggi il Montalto, Prandi?

Prandi, il garante dei detenuti: ho trascorso 330 ore al carcere albese Giuseppe Montalto
Alessandro Prandi, garante per le persone detenute

«Dopo i contagi di legionella a inizio 2016, il carcere ha riaperto nell’estate 2017, limitatamente a una sezione da 33 posti, dove in media abbiamo sempre almeno 46 detenuti, a parte i mesi del lockdown. Siamo così diventati il carcere più sovraffollato d’Italia. Gli spazi sono il problema più importante, che limita l’organizzazione delle attività, soprattutto in questo momento. Finalmente, a settembre, è stato pubblicato il bando per lo svolgimento dei lavori da oltre 4 milioni di euro: se verranno portati a termine entro un paio di anni, il Montalto potrà ritornare alla sua capienza originaria: 142 posti».

Dal punto di vista umano, che cosa emerge dai suoi colloqui con i detenuti?

«I colloqui sono la parte più importante del ruolo del garante: dalla riapertura del 2017 a oggi, ho passato in carcere 330 ore, tra incontri, visite e altri impegni. E posso dire che, se non si vive in prima persona la realtà carceraria, non si può comprendere. Dai colloqui ho potuto notare come, al di là del motivo per cui una persona è detenuta, sono tante le fragilità che possono derivare dal contesto da cui si proviene o dalle esperienze vissute. In più casi ho incontrato detenuti con problemi psichiatrici, che avrebbero dovuto seguire percorsi diversi, ma il sistema italiano non è in grado di offrire alternative».

Qual è il rapporto tra il carcere e l’Albese?

«Il Montalto ha grandi potenzialità, come dimostra, ad esempio, il corso di operatore agricolo, con il quale si è realizzato il vino Vale la pena. Importante anche il ruolo dell’associazione di volontariato Arcobaleno, che fornisce aiuti concreti ai detenuti e organizza attività. All’interno, sono un centinaio gli agenti della Polizia penitenziaria, con due educatori. A mio avviso, però, continua a mancare una progettualità. Il passaggio fondamentale sarebbe coinvolgere pienamente il carcere nelle politiche sociali cittadine, considerandolo una realtà che fa parte del territorio: è fondamentale comprendere che investire sul carcere, significa investire in sicurezza. Oggi, quando un detenuto esce dalla struttura, se non ha un contesto familiare di riferimento, si trova da solo, con tutti i problemi connessi al reinserimento: questo aumenta il rischio di recidiva».

Com’è vissuta l’emergenza sanitaria in carcere?

«Dopo un periodo di fermo, sono riprese le attività, a piccoli gruppi, anche se l’accesso dei volontari è ridotto. I colloqui con i familiari sono ammessi, mantenendo anche le videochiamate. A oggi non ci sono stati casi di Covid-19. Ad Alba, però, non è garantito il lavoro esterno ai detenuti, poiché non si riesce a isolare il lavoratore nel momento in cui rientra».

Quali iniziative le piacerebbe vedere realizzate?

«Per esempio, un servizio di trasporto, con una navetta di collegamento con il centro, come accade in tutti gli istituti penitenziari. Inoltre, sarebbe importante migliorare il piazzale, ora abbandonato. Tra i progetti vedrei bene una serie di collaborazioni, come quella tra il piccolo museo interno e gli altri piemontesi, ma anche con il Dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Torino, avviando un vero scambio».

f.p.

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