La celebrazione dell’alleanza nuova e definitiva

La celebrazione dell’alleanza nuova e definitiva

PENSIERO PER DOMENICA – SOLENNITÀ DI PENTECOSTE – 5 GIUGNO

La Pentecoste è una delle grandi feste ebraiche che Gesù ha celebrato. Per il popolo d’Israele ricordava il dono della Legge sul Sinai: era la festa dell’alleanza. Con il dono dello Spirito diventa la celebrazione dell’alleanza nuova, ultima, definitiva. Tutte le letture della Messa parlano dello Spirito Santo, mettendo l’accento su tre frutti.

La celebrazione dell’alleanza nuova e definitiva
Discesa dello Spirito Santo, icona tempera su legno del XVII secolo (Accademia ecclesiastica di Mosca).

Lo Spirito è principio di comunione. Gesù vuole rimanere in comunione con i suoi. Per questo promette lo Spirito, il Paraclito, l’avvocato difensore, e dà loro questo segno: «Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» (Gv 14,26). Succede anche tra di noi quando c’è comunione profonda: ci si capisce al volo, senza tante parole; i desideri dell’altro diventano “un ordine”. Lo Spirito crea un simile stato di cose tra noi, Gesù e il Padre: diventa abituale «pensare come Dio, amare come Dio, giudicare il mondo e le persone come lui». Inoltre, ai credenti della prima ora che non potevano più accedere al tempio e non avevano ancora luoghi di culto, lo Spirito dava la possibilità di essere in comunione con Dio: sempre e ovunque.

Lo Spirito Santo cambia il cuore delle persone. Lo Spirito è principio di vita nuova. San Paolo spiega ai Romani (8,8-17) i frutti dello Spirito, con la tecnica della contrapposizione tra due stili di vita: secondo la carne e secondo lo spirito. Lo Spirito fa sentire vivi, rende liberi, allontana dal male e orienta al bene, crea un atteggiamento di confidenza con Dio, come tra un padre e un figlio. C’è una differenza profonda tra chi si comporta bene perché “costretto” da un ordine, da un obbligo, da una norma esteriore e chi opera per amore, convinzione profonda, magari sentendo la bellezza della vita buona.

Lo Spirito abilita alla missione. Il primo frutto dello Spirito è la missione, la capacità di parlare a ogni uomo, evidenziata dal miracolo delle lingue messo in risalto dagli Atti (2,1-11). Anche oggi la Chiesa deve entrare nei linguaggi degli uomini, per annunciare il Vangelo in modo comprensibile. «Ciascuno li udiva parlare nella propria lingua»: e a Gerusalemme c’erano, in quei giorni di festa, persone da tutto il bacino del Mediterraneo e dall’Asia. In quel “capirsi” non è in gioco solo la lingua; la comunicazione ha radici più profonde: la volontà di accogliere l’altro. Anche oggi, le barriere linguistiche non sono l’ostacolo maggiore: quasi tutti parlano e comprendono l’Inglese, tuttavia il mondo si divide di più. Non manca la lingua: manca lo spirito di dialogo e soprattutto l’ascolto. Per questo, c’è bisogno dello Spirito Santo.

 Lidia e Battista Galvagno​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

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