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Un piano per salvare la pecora delle Langhe

Nell’ultimo anno è crollato il numero di capi (da tremila a 1.560) e di allevatori (da 31 a 19). Le Università di Torino e di Parma lanciano un progetto per migliorare la genetica

Un piano per salvare la pecora delle Langhe

MURAZZANO I numeri sono eloquenti e fanno temere il peggio per il futuro della pecora delle Langhe. Nel Dopoguerra c’erano 45mila capi, nel 1980 erano scesi a quindicimila e all’inizio del nuovo millennio erano appena tremila. Negli ultimi anni l’emorragia sembrava essersi fermata e i dati del 2023 parlavano di poco più di tremila capi e 31 allevatori. Oggi, le pecore di razza delle Langhe sono 1.560 e gli allevatori sono ridotti a diciannove.

Sul recente, drastico calo ha influito la chiusura dell’allevamento La Perla, a Murazzano, da alcuni anni insediato nei capannoni della vecchia Cozoal, nel quale c’erano circa 800 capi.

Ora, l’allevamento più grande è Il forletto, di Murazzano, che ha 585 pecore. Nell’azienda agricola-caseificio di Valentina Allaria e del papà Franco, alle porte del paese, si è svolto la scorsa settimana un incontro per illustrare un progetto per il miglioramento genetico della razza ovina autoctona. L’iniziativa coinvolge, oltre all’associazione regionale allevatori e l’Assonapa (Associazione nazionale della pastorizia), le Università di Torino e di Parma.

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Valentina Allaria

Spiega Battista Camisassa, dell’Associazione allevatori: «È emersa negli ultimi anni l’esigenza di fare qualcosa di più per salvare la pecora di Langa. Da tempo le Università di Torino, Parma e Firenze stanno conducendo studi su altre razze ovine, come la Massese. Con Torino e con Parma l’obiettivo è estendere gli studi sulla pecora di Langa. Dal primo incontro con gli allevatori abbiamo ricevuto pareri positivi. C’è interesse nei confronti dell’iniziativa».

Il progetto (che dovrebbe partire in estate) punta a caratterizzare meglio la razza ovina autoctona, considerando qualità del latte, resistenza alle malattie e genetica, ricorrendo anche alle analisi del sangue. «Con la razza bovina frisona ha dato buoni risultati», prosegue Camisassa.

«Per cercare di salvare la pecora della Langhe si deve lavorare in fretta. L’allevamento è un’attività impegnativa. Manca il ricambio generazionale e non ci sono nuovi allevatori. Per iniziare i costi sono alti e il guadagno è basso», conclude Camisassa. Valentina Allaria è tra i pochi giovani che si dedicano all’attività casearia e all’allevamento della pecora delle Langhe. «È una razza adatta soprattutto alla produzione di formaggi, grazie al latte di alta qualità, mentre ha poca carne e la lana non è pregiata», afferma Valentina.

La pecora di Langa da qualche anno deve anche fare i conti con la “concorrenza” della francese Lacaune, specie sempre più diffusa da queste parti. La pecora transalpina produce una maggiore quantità di latte ed è meno “impegnativa” da gestire, dal momento che viene allevata soprattutto in stalla (quindi, non richiede grandi spazi per il pascolo) e può essere alimentata con mangimi e insilati.

 Corrado Olocco

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