Abitare il piemontese / La parola della settimana è Paìs

Significa: paese, piccolo centro abitato, Comune, ma anche territorio, patria, Statodi Paolo Tibaldi ABITARE IL PIEMONTESE – «Ho rancato l’erba tutto il giorno»: un’espressione viva e comprensibile che conserva intatta l’idea della fatica manuale e del lavoro tenace. Mani nella terra, radici resistenti, denti stretti e uno sforzo ostinato. Ranché è un verbo concreto che porta con sé il peso del gesto. Significa strappare, sradicare, levare via con forza, estrarre con difficoltà. L’etimologia racconta molto di questo mondo contadino. Il Repertorio etimologico piemontese dice che ranché deriverebbe dal latino runcare: ripulire il terreno con la roncola, estirpare erbacce, dissodare. Altri richiami conducono al germanico rank e poi allo spagnolo arrancar, al francese arracher, tutti termini legati all’idea del distogliere e dello strappare via. Nella lingua parlata, ranché si è moltiplicato in immagini vivissime. Ranché na trifoȓa significa cavare un tartufo dal terreno: gesto paziente e preciso, quasi rituale. Ranché ‘n dent è togliere un dente, mentre ranché ij sòd significa sborsare denaro malvolentieri. Ranchesse d’ant ȓa nita vuol dire tirarsi fuori dai guai, liberarsi da una situazione complicata. C’è poi un’espressione che restituisce bene la forma mentis piemontese, dotata di un carattere volto alla concretezza, ma ammirato davanti all’abilità altrui: Chiel lì o ȓ’è bon a ranchesse d’ant ȓ’infarn! (quel tale è capace di cavarsela da qualsiasi impaccio, persino dall’inferno). Anche i significati traslati custodiscono forza evocativa. Ranchesse j’euj descrive lo sforzo di chi fatica a vedere, quasi dovesse “cavarsi gli occhi” per mettere a fuoco e, non a caso, la libellula, rapida e sfuggente sugli stagni, viene chiamata ranca-euj (letteralmente cava-occhi). Con ranché, il piemontese ci consegna una visione del mondo in cui nulla si ottiene senza sforzo: che si tratti di strappare erbacce, estrarre tartufi o liberarsi dai problemi della vita.

Abitare il piemontese / La parola della settimana è Barlet 1

di Paolo Tibaldi

ABITARE IL PIEMONTESE – In Piemonte, la popolazione si raccoglie come una costellazione paziente: la maggior parte vive nei piccoli centri, nei campi, nei paesi e, forse, non è un caso che proprio qui paìs sia una parola dal valore straordinario. Paese, contrada, patria, provincia, ma nessun sinonimo la esaurisce davvero. Borgo arriva dal germanico e descrive una fortezza; villaggio parla di edifici e case; paìs racconta invece una terra abitata, un luogo che esiste perché qualcuno lo vive, lo lavora, lo attraversa e lo riconosce. La parola arriva dal latino pagus: il territorio vissuto, la campagna intorno all’abitato. Con il tempo si è fatta più umana: un paìs sono le voci che riconosci, le mani che si salutano sempre allo stesso modo, le abitudini che tengono insieme la vita. Non c’è luogo senza chi lo abita.

 

Paisòt è il paesino, paisan l’uomo di campagna, a volte detto quasi fosse un difetto: modi ruvidi, poche cerimonie. La terra educa alla sostanza e, senza sostanza, non si vive, né si mangia: non è un caso se l’agricoltura sia il settore primario, quello delle cose necessarie. Paisanàda può significare sgarbo, mancanza di grazia, mentre paisàge è il paesaggio che ti attraversa, paisanòt, il contadinello.

I modi di dire raccontano un mondo: paìs bàss, con ironia, indica le parti più intime; dëscheuvȓe paìs o giȓé pais significa scoprire il mondo; paìs sbardà è il paese sparso, senza centro. A Torino c’era perfino il pais latin, il quartiere degli avvocati.  C’è poi il ciao paìs degli Alpini: un saluto che sa di promessa. Perfino il pane, la paisan-a, porta dentro questo nome, per appartenenza e condivisione di qualcosa di quotidiano. In spagnolo, pueblo è insieme paese e popolo. Un paìs esiste davvero solo quando qualcuno lo abita, lo riconosce e… continua a chiamarlo casa.

Scriveva Cesare Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli… sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

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