di Paolo Tibaldi
ABITARE IL PIEMONTESE – Avete già sentito dire tȓavajé festa e facì? È una di quelle espressioni che si usano per descrivere chi lavora senza tregua, chi non conosce pause, chi si dedica alle proprie occupazioni con una costanza quasi ostinata, per necessità, per senso del dovere o talvolta per costrizione. Nella parlata piemontese, festa e facì viaggiano spesso insieme, come due facce della stessa medaglia: il giorno del riposo e quello del lavoro.
Se il significato di festa è immediato e intuitivo (la domenica, la ricorrenza, il tempo sottratto alle occupazioni quotidiane), è più curioso interrogarsi su facì. Da dove arriva questa parola e cosa indica nell’immaginario sociale piemontese? Il suo intento è indicare i giorni feriali, lavorativi, quelli in cui si svolgono le attività ordinarie della settimana. L’etimologia sembra ricondurci al latino facienda, termine che significava mestiere, faccenda, cose da fare, derivato a sua volta da facere, cioè fare, formare, cose da farsi. Un’origine che appare perfettamente coerente con il significato assunto nel tempo: facì sono i giorni del fare, degli impegni e del lavoro.
C’è però un aspetto particolarmente interessante. Questa parola compare raramente nei principali strumenti lessicografici ed etimologici dedicati al piemontese. Non la troviamo, per esempio, in alcune opere di riferimento, come dizionari o repertori etimologici. Questo lascia pensare che facì possa essere una voce legata a territori specifici, conosciuta e utilizzata solo in determinate aree del Piemonte, più che un termine diffuso uniformemente tra tutti i parlanti.
Esiste anche un’alternativa per indicare i giorni lavorativi: sossman-a, nata dalla contrazione di sota sman-a, ovvero sotto settimana. Eppure, per forza evocativa, poche espressioni riescono a competere con festa e facì. Due parole semplici che, accostate, raccontano il ritmo della vita: il tempo del lavoro e quello del riposo, entrambi necessari per dare significato ai giorni.
