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Giovani senza futuro

L’attuale governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, classe 1947, è tra i più stimati economisti mondiali. A lui, nei momenti di emergenza istituzionale, si pensa come possibile capo del Governo italiano. Egli si pronuncia su temi di grande valenza sociale e civica, anche quelli scomodi.

Ad esempio, al recente convegno sulla mafia al Nord, ha detto: «In Lombardia l’infiltrazione delle cosche avanza, come ha recentemente avvertito la Direzione nazionale antimafia ». E ha aggiunto che «le denunce per associazione a delinquere di stampo mafioso si sono concentrate fra il 2004 e il 2009 per quattro quinti nelle province di Milano, Bergamo e Brescia (Ansa, 11 marzo)».

Candidato a guidare la Bce. Quest’anno ci sarà il rinnovo del presidente della Banca centrale europea. Mario Draghi è uno dei candidati a quel prestigioso incarico. Sia il premier Silvio Berlusconi che il ministro dell’economia Giulio Tremonti sponsorizzano con grande entusiasmo la sua nomina. Sotto sotto, a loro non dispiace che una persona seria, competente e autonoma nel pensiero – com’è Draghi – lavori il più lontano possibile da Roma.

Ciò che indispone la nostra classe politica è la pacata franchezza del Governatore. Della nostra situazione economica egli fa una fotografia che non è sempre a colori rosei, come vorrebbero i cultori dell’ottimismo a ogni costo. È compito della politica e delle forze dell’economia e del lavoro trarre le conseguenze possibili dagli studi che fa la Banca d’Italia. E Draghi pensa che sia giusto dire ai cittadini le cose come stanno. Vediamo alcuni spunti offerti da un suo recente intervento, fatto al congresso del Forex.

La concorrenza mondiale. Draghi ha ribadito che nel 2010 l’aumento della produzione nazionale (Pil) in Italia è stato di circa l’1 per cento. L’espansione produttiva si concentra nelle aziende esportatrici, mentre i consumi interni rimangono deboli a causa di un perdurante ristagno dei redditi reali delle famiglie. Intanto il Pil mondiale è cresciuto in media del 5 per cento; nel 2009 era diminuito di quasi un punto.

Nelle economie emergenti (Cina, India, Brasile, ecc.) lo sviluppo stimato per quest’anno e per il 2012 è dell’ordine del 7 per cento medio. Nell’area dell’euro l’impulso più forte alla crescita è impresso dall’economia tedesca. Nel 2010 il Pil della Germania è aumentato il triplo di quello italiano.

Già questi pochi dati documentano in modo oggettivo le difficoltà che il nostro sistema economico incontra sui mercati mondiali. Il debito pubblico, le imprese e la delusione dei giovani. Il Governatore ha ricordato che nel nostro Paese il rapporto fra debito pubblico e Pil è vicino al 120 per cento. Siamo tornati al livello del 1994, dopo che il rapporto si era ridotto al 104 per cento nel 2008. Per rientrare dal debito non è possibile, secondo Draghi, introdurre nuove tasse, perché la pressione fiscale in Italia già supera di 3 punti quella media dell’area dell’euro. Gli eventuali recuperi dell’evasione fiscale dovranno ridurre le tasse ai contribuenti che già pagano il dovuto.

In Italia la crescita economica stenta da quindici anni, anche a causa delle leggi arretrate e di una burocrazia troppo onerosa per le imprese. In particolare, ha detto il Governatore, i salari d’ingresso dei giovani sul mercato del lavoro, in termini reali, da oltre un decennio sono su livelli al di sotto di quelli degli anni Ottanta. Il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 30 per cento. Si accentua la dipendenza dei giovani dalla ricchezza e dal reddito dei genitori, un fattore di forte iniquità sociale. Vi contribuisce fortemente la struttura del mercato del lavoro italiano, dove coesistono il minimo di mobilità per i lavoratori anziani e il massimo di precarietà per i giovani. È uno spreco di risorse che avvilisce i giovani e intacca gravemente l’efficienza del nostro sistema produttivo.

Giacomo Battaglino