Vittorio Emanuele, che regalò la censa a Iurmin

In un’Italia in festa per il centocinquatenario dell’unità, il Piemonte ha un motivo in più per festeggiare: l’aver dato i natali ai personaggi che portarono a compimento il processo di unificazione, primi fra tutti Camillo Benso conte di Cavour e Vittorio Emanuele II di Savoia, passato alla storia come il “padre della patria”. L’ultimo re di Sardegna e primo re d’Italia, dal 1861 al 1878, amava la Langa, dove si recava spesso per incontrare la bela Rosin, al secolo Rosa Vercellana. La donna, prima amante, poi moglie morganatica, era solita trascorrere l’estate nella villa di Fontanafredda, acquistata da Vittorio Emanuele per la famiglia “ufficiosa”.

In occasione di una delle sue battute, durante la quale, risalendo le colline, il Re si spinse fino a Perno, avvenne l’incontro fortuito che fece la fortuna del paesino. Siamo intorno agli anni Settanta dell’Ottocento. La caccia era una passione diffusa ed erano molti, a Perno, a frequentare i boschi sottostanti la collina su cui si affaccia Bussia. Quel giorno vi si recò anche Guglielmo Rinaldi, noto a tutti come Iurmin. A ricordare la storia che vide il bisnonno protagonista sono i nipoti, Marco Rinaldi e Carla Seghesio, che tanto ne sentirono parlare da genitori e nonni. Iurmin si era fermato per fare colazione presso il funtanin, sorgente rinomata nella zona.

È Marco a richiamare alla memoria quella lontana mattina: «Stava tagliando la micca di pane, quando gli si parò innanzi uncacciatore, un“forestiero” educato, il cui piemontese rivelava la provenienza cittadina». Iurmin condivise la pagnotta e il formaggio e gli offrì il vino della borraccia. Per ricambiare, il “forestiero” gli porse un toscano. «Voi siete fortunato a possedere sigari di questa qualità», pare aver detto Iurmin allo sconosciuto. «A Perno manca anche la censa; per comprare del tabacco, siamo costretti ad andare a Monforte».A questo punto, le testimonianze divergono: secondo i nipoti, lo sconosciuto cacciatore prima di congedarsi rivelò la sua identità di re.

Alcuni anziani del paese, invece, sostengono che quanto accadde dopo fu una sorpresa. In segno di riconoscenza per aver condiviso con lui la colazione, Vittorio Emanuele II fece recapitare a Iurmin la licenza per la sospirata censa. Il contadino la intestò alla moglie, Palina, e in breve tempo il paese si ritrovò in pieno centro, in prossimità della piazza, quell’ostu che sarebbe rimasto l’unica attività per oltre un secolo.

La gestione rimase sempre nelle mani della stessa famiglia, di generazione in generazione, fino alla chiusura, nel 1986, anno in cui l’ultima proprietaria, Palmina Rosso (Iurmin era il nonno), ormai anziana, decise di ritirarsi, e i figli presero altre strade, più al passo con i tempi.

«La licenza donata dal Re comprendeva proprio tutto: bar e ristorazione, vendita di frutta e verdura, pane e latte, carni e salumi, e poi sali e tabacchi. Avevano persino il chinino», ricordano gli anziani di Perno. Ma non solo: l’ostu era un luogo di incontro, l’unico, a Perno. In quegli anni di miseria, rappresentava per i contadini l’occasione per evadere dal grigiore. Se le donne vi si recavano soltanto per fare acquisti, gli uomini vi si ritrovavano la sera o nelle lunghe giornate d’inverno, quando la campagna si riposa e il ritmo dell’agricoltore rallenta come quello della natura, per interminabili partite a carte, chiacchiere, bevute e scommesse.

A chi domandava quanto fosse costata quella licenza, Iurmin rispondeva tronfio: «Un tozzo di pane, una fetta di toma e un sorso di vino rosso». Lo stesso Re che guidò la grande Italia verso l’unificazione, dopo quasi un millennio di discordie e divisioni, al piccolo paese di Perno fece un dono destinato a durare oltre cent’anni.

Elisa Pira