Referendum, sì vuol dire no

Domenica 12 e lunedì 13 giugno i cittadini saranno chiamati a esprimere, con il referendum, la loro opinione su tre questioni fondamentali, attraverso la risposta a quattro interrogativi. Peculiarità dei quesiti posti, oltre a una formulazione poco scorrevole e di non certo immediata comprensione, è l’introduzione alla domanda, propria dei referendum abrogativi: «Volete voi che sia abrogato…?». Rispondere dunque “sì”, per esempio al quesito riguardante l’energia nucleare, significherà dire “no” al ritorno delle centrali.

Il primo questito propone di abrogare gli articoli 1 e 2 della legge 51 del 7 aprile 2010, recante “disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza”. Essendo la recente norma sul legittimo impedimento composta solamente di due articoli, il referendum di fatto ne chiede la cancellazione integrale. Secondo le attuali disposizioni, il Premier e gli altri Ministri possono invocare gli impegni che costituiscono impedimento a presentarsi in udienza per motivi che devono essere valutati dal giudice. In caso di vittoria del “sì” il Presidente del Consiglio e gli altri Ministri non potrebbero, quindi, di fronte a un processo che li vede imputati, invocare il legittimo impedimento.

Il secondo interrogativo riguarda l’abolizione della norma per la realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare, ovvero di parte del decreto legge del 25 giugno 2008, convertito in legge con modificazioni il 6 agosto dello stesso anno. La norma permette la costruzione di nuove centrali atomiche in Italia. Il tema della privatizzazione dell’acqua viene invece messo in esame attraverso due punti distinti; il primo riguarda l’affidamento del servizio idrico locale e il secondo la determinazione delle tariffe. I referendari chiedono ai cittadini di abrogare l’articolo che consente di affidare il servizio di distribuzione dell’acqua a società di capitali, che in caso di successo del referendum non potrebbero partecipare a gare per la gestione del bene pubblico. L’ultimo punto sottopone i cittadini all’analisi del comma 1 dell’articolo 154 sulla tariffa del servizio idrico integrato. Anche in questo caso, se si è contrari alla privatizzazione dell’acqua, sarà necessario esprimersi in maniera positiva, negativa se si è favorevoli. Il referendum, strumento di democrazia diretta, presuppone, per la sua validità. il raggiungimento del quorum: il 50 per cento +1 degli aventi diritto dovrà esprimersi sui quesiti o il risultato della valutazione sarà annullato e la situazione rimarrà invariata. Si tratta di un’arma dal grande potenziale, che, nel caso del nucleare, ha scatenato alcuni timori da parte del Governo, sostenitore della costruzione di nuove centrali. È probabile che un referendum sull’utilizzo dell’atomo per l’impiego di energia porti gran parte degli italiani alle urne, specialmente dopo gli eventi di Fukushima; il Governo ha già assunto provvedimenti, inserendo all’interno del cosiddetto “decreto omnibus”, una mozione che sospende il programma nucleare per un anno. La volontà dichiarata di Silvio Berlusconi è di evitare la consultazione in un momento in cui gli italiani sono “influenzati”. «Abbiamo introdotto questa moratoria responsabilmente, per far sì che dopo un anno o due si possa tornare a discuterne con un’opinione pubblica consapevole. Siamo convinti che il nucleare sia un destino ineluttabile», ha ammesso il Presidente. Il magistrato Adriano Sansa risponde a queste considerazioni dalle colonne di Famiglia Cristiana: «Si fa finta di eliminare il programma delle centrali, il voto popolare salta, lo si riproporrà quando il popolo dirà “sì”. Insomma, dice il Premier, io sono io e voi non siete niente […], voi siete emotivi, io decido quando sarete in grado di decidere».

Intanto il leader dell’Italia dei valori, partito che ha proposto il referendum, s’indigna alle parole di Berlusconi e grida al boicottaggio: «Stanno cercando di non far votare sul nucleare, perché non vogliono che si raggiunga il quorum su legittimo impedimento e privatizzazione dell’acqua».

Ma quello di evitare il referendum per ora è solo un tentativo: sarà la Corte di Cassazione a pronunciarsi sulla moratoria approvata dal Governo, stabilendo se la temporanea sospensione delle norme sulla costruzione di nuove centrali sia sufficiente ad affossare la consultazione popolare. Nel frattempo, non consola lo spreco di denaro pubblico impiegato per separare le due prossime votazioni. Se si fosse organizzato un election day, unendo le amministrative e il referendum nello stesso giorno, si sarebbero risparmiati 300 milioni di euro e più persone sarebbero andate alle urne, rispondendo anche ai quattro quesiti e aumentando la speranza di raggiungere l’ambita soglia del 50 per cento +1.

Chiara Cavalleris