Continua la Moscato-mania

Partecipando all’Anteprima Moscato d’Asti e Asti organizzata dall’Enoteca regionale di Mango, abbiamo dedicato particolare attenzione ai numeri, ossia produzione, mercato e prezzi. Anche per il 2011, le tendenze prospettano un altro incremento di vendita e questo sta scatenando nel settore il dibattito tra due fronti: da un lato, quelli che invitano alla calma e consigliano di consolidare le posizioni anche attraverso il rafforzamento dei prezzi; dall’altro ci sono quelli che vorrebbero sfruttare a fondo la positività del momento, evitando di «voltare le spalle al mercato» e ipotizzando la crescita dei vigneti a Moscato fino a un migliaio di ettari.

Al momento non c’è una prospettiva di sintesi e pensiamo che la dialettica tra le due posizioni possa far valere le reciproche aspettative nel dibattito che si svilupperà nei prossimi mesi. Ma in un settore così contraddittorio, che non riesce a trovare pace nemmeno quando le cose vanno bene, c’è un altro elemento di preoccupazione che potrebbe divenire motivo di scontro ed è il trend di mercato enormemente favorevole che sta vivendo il Moscato d’Asti.

Per essere concreti abbiamoraccolto nella tabella in alto i dati di vendita di questo vino negli ultimi dieci anni: dal 2002 le vendite di Moscato sono passate da 6.417.000 bottiglie ai 24-25 milioni di pezzi ipotizzati per il 2011, con un aumento superiore al 300 per cento. Nei primi anni (2002-2005) l’incremento è stato contenuto (da 6,4 milioni a 7,4 milioni di bottiglie); l’impennata maggiore si è avuta nelle annate seguenti, in particolare nel biennio 2006-2007 e poi nell’ultimo periodo (2009-2011).

Un risultato inatteso, visto che da sempre il Moscato ha fatto leva sulle piccole aziende, un bel numero di “artigiani” che hanno tracciato lo sviluppo basandolo sull’origine, la qualità del prodotto e il carattere di “specialità” delle produzioni.

Di fronte, l’altra metà del settore, quella dell’Asti, che si è affidata alle case spumantiere, spesso industriali o commerciali, con grandi volumi di prodotto. Gli “artigiani del Moscato”, anche se cresciuti di numero e produzione, non avrebbero mai potuto favorire tale incremento di produzione. Il loro motto è la crescita, ma in modo controllato. E, allora, chi ha fatto impennare così il Moscato d’Asti? Sono state aziende, non troppe peraltro, che fino al 2002 erano legate solo all’Asti oppure non avevano alcun riferimento con questo comparto produttivo. Percepito l’affare, non ci hanno pensato due volte a scendere in campo e spesso l’hanno fatto a gamba tesa, facendo saltare l’equilibrio che guidava un’evoluzione graduale e gratificava i protagonisti.

Il mercato più recettivo è stato quello Usa, dove la “Moscato- mania” (in barba a ogni regola di marketing) sarebbe principalmente la conseguenza della fortunata quanto casuale performance del rapper Kanye West, che ha parlato di Moscato d’Asti nel remix di Make her feel good.

Tra gli “artigiani del Moscato” le preoccupazioni sono fondate, anche per il livello dei prezzi che comincia a essere un campanello d’allarme. Solitamente il Moscato d’Asti veleggiava su quotazioni che superavano spesso i 5 euro a bottiglia, mentre adesso viaggia verso l’America a quotazioni spesso tra i 2 e i 3 euro. E poi, negli Usa, la competizione degli altri Moscato (di altre zone d’Italia o statunitense, australiano, cileno, spagnolo o israeliano, meno interessanti del nostro) rischia di avere nel prezzo l’unico elemento di palese diversificazione, se non ci si affretta a mettere in campo un’attività di informazione che evidenzi le reali qualità del nostro prodotto rispetto agli altri.

Tuttavia, accettando la corsa al ribasso, la produzione e il mercato non possono creare le risorse per tale sostegno. Ci potrebbe pensare l’ente pubblico, ma in questo momento ha altre situazioni a cui dedicare il suo impegno.

Resta una considerazione, anch’essa problematica, legata al consumo americano: in tale mercato la situazione è piuttosto estemporanea e non risponde ad alcuna logica alimentare, di costume o di abbinamento cibo-vino: gli afroamericani e i giovani tra i 21 e i 30 anni, quelli che secondo i sondaggi bevono Moscato, lo fanno perché è trendy o dimoda. Niente di più. La preoccupazione sta nel pensare: se arrivasse un altro rapper a citare una nuova bevanda, farebbe cambiare idea a milioni di persone o resterebbero fedeli al Moscato? Abbiamo paura di indovinare.

Giancarlo Montaldo