Paolo Tablino, L’apostolo fra i Gabbra. Intervista a don Giovanni Ciravegna

 

«Mai avrei pensato di dover preparare un libro su don Paolo Tablino; la richiesta è venuta da padre Giovanni Dutto, che ha vissuto gli ultimi anni con il nostro missionario a Marsabit, il quale è stato incaricato dai suoi superiori a raccogliere materiale, spinto da quanto aveva scritto il cardinale Giovanni Coppa: “Accarezzo l’idea che la sua vita possa essere sempre meglio conosciuta e approfondita, affinché un giorno, se Dio vorrà, egli possa essere proposto dalla Chiesa all’imitazione universale. Del resto, i cristiani del Kenya che l’hanno conosciuto, parlano già di lui come di un grande amico di Dio”. L’intento del libro è quello di far parlare don Tablino stesso e i suoi amici».

Don Tablino viene descritto come persona intelligente e pronto all’aggregazione. Quale ruolo ebbero le sue prime esperienze nell’ambito diocesano albese, nella Giac in particolare, per maturare la scelta missionaria?
«In un suo scritto autobiografico, Paolo Tablino parla di un “angolo” particolare di Alba, che è stato determinante per la sua formazione e le sue scelte di vita: “Quell’angolo particolarmente caro si trova a pochi passi dalla Cattedrale e raccoglie, in poche centinaia di metri quadrati, il bel San Domenico, il liceo Govone, il Seminario, Santa Caterina, le scuole elementari di via Accademia, l’asilo della Provvidenza, l’Oratorio e il Convitto”. Insieme ai luoghi vengono ricordati amici, compagni, insegnanti, educatori, sacerdoti: “Forti furono le mie amicizie, a partire dal 1943, con alcuni giovani della Giac (Gioventù italiana di Azione cattolica), che io venni a conoscere in modo che ritengo provvidenziale”».
«Tra questi nomi, balzano in prima fila Sandro Toppino, Giuseppe Pieroni, Alberto Abrate… don Mario Mignone, il vescovo Luigi Grassi, don Agostino Vigolungo che l’ha convinto a entrare in Seminario per la terza liceo, per non perdere l’occasione dell’ultimo anno di filosofia tenuto da don Natale Bussi. Quanta venerazione don Tablino abbia avuto per questi due preti lo si legge a ripetizione nella sua intensa corrispondenza con mons. Piero Rossano».
«La vita associativa dell’Azione cattolica, l’esperienza della San Vincenzo, l’assidua partecipazione ai ritiri spirituali, alle giornate formative, la sua intensa vita di preghiera e di sacrificio hanno fatto maturare quella vocazione sacerdotale e “missionaria” che il chierico Tablino già aveva da studente, quando chiedeva informazioni ai Salesiani e poi a don Giacomo Alberione sulla possibilità di andare missionario in Giappone».
«Vocazione missionaria che si tradusse nel 1960, dopo dieci anni di lavoro in Diocesi come insegnante in Seminario e all’Enologica e assistente diocesano di Azione cattolica. Da un anno era partito don Bartolomeo Venturino e don Tablino si unì a lui a Nyeri, come insegnante in quel Seminario. La vocazione “missionaria” di don Tablino raggiunse l’apice nel 1999, quando fece la professione religiosa presso l’Istituto della Consolata».

Coinvolto in Italia e in Kenya nella formazione dei seminaristi, don Paolo scrive a mons. Piero Rossano che per il clero si prega troppo poco e non si ha spirito di sacrificio. Qual è la sua testimonianza in campo vocazionale?
«Chiunque l’ha conosciuto può testimoniare della sua dedizione totale a Cristo, del suo amore per la Chiesa, della sua ansia apostolica, nella concezione vocazionale in senso globale per tutti e specifico per una speciale consacrazione. Lo si vedeva chiaramente quando tornava per i periodi di riposo e poteva entrare nel “suo Seminario” ad Alba per parlare ai seminaristi e ai chierici e soprattutto pregare con loro. Con felice intuizione, ispirandosi a Paolo VI, aveva voluto chiamare “laici della Evangelii nuntiandi” quei giovani che si rendevano disponibili a spendere alcuni anni per l’evangelizzazione. È molto significativo il fatto che, ritornato in missione dopo la parentesi italiana, gli è stato affidato in particolare la formazione del clero e dei seminaristi. Il vescovo Ambrogio Ravasi gli aveva scritto: “Tu sai che la Diocesi di Marsabit ti attende e sai quanto mi stia a cuore il Seminario. Le esigenze non solo di insegnanti, ma soprattutto di formatori e di persone che conoscano il nostro ambiente e che diano agli studenti il gusto della pastorale e l’amore alla propria gente, oltre che al senso di Dio, si fanno sempre più sentire. E guai a noi se falliamo in questo!”».

Qual è il segno che Paolo Tablino ha lasciato in Africa, nella Diocesi di Marsabit?
«Sono sufficienti due testimonianze. Nell’omelia funebre il vescovo Peter Kihara ha detto: “Dio è buono perché ci ha dato padre Tablino e ci ha fatto entrare nella sua Chiesa. Facciamo festa oggi. La bontà di Dio è nei doni che ci fa. Tablino è un dono. Era la pietra angolare della nostra Chiesa a Marsabit. Ha scritto il Vangelo nella perfezione della sua vita. Aveva nel suo volto il sorriso della fede e dell’amore, che ha toccato tutti, io e voi. Aveva la luce di Dio: portate voi ora questa luce”».
«La seconda testimonianza è del fratello Renzo, dopo la visita alla tomba con la moglie: quella tomba ai piedi della Casa di preghiera, chiamata la “Altavilla di Marsabit”:“Incontriamo una signora africana e le chiediamo la strada per la missione, citando padre Tablino. Il suo viso illuminato lo ricorderò per sempre”. “Ai pozzi di Maikona mi avvicino a un giovane pastore Gabbra. Cerco di scambiare qualche parola e quando pronuncio father Tablino, mi abbraccia forte, più volte. Racconto l’episodio al padre della missione cattolica, che è per nulla sorpreso: – Il suo nome, – mi dice, – come quello degli altri missionari albesi, resterà sempre nell’immaginario collettivo del Nord Kenya!”».

a cura di Paolo Rastelli