Sulle COLLINE del vino sette su dieci sono stranieri

L’INCHIESTA Saliamo in macchina e percorriamo le colline. Senza mappa o tragitto preconfezionato, incontri programmati o traguardo attraversiamo i vigneti di Verduno, poi Barolo, Novello. Proseguiamo per Dogliani. È il 27 settembre, il cielo è pieno di nuvole e la vendemmia è in corso. Dai finestrini si scorgono movimenti puntiformi: sono i lavoratori che muovono braccia e schiene, lenti tra i filari. Così, a metà strada ci fermiamo.

Scendiamo dall’auto e ci dirigiamo verso un uomo col cappellino giallo e le mani solide, a margine della strada. Sta portando una cassa rossa sulla spalla. Viene dall’Est e ha una maglietta con su scritto: Obedience is not the answer. Ci vede con la macchina fotografica. «È per un’indagine giornalistica», diciamo. Lui fa segno di no con la testa. Non vuole parlarci. «Una domanda sola», chiediamo. Lui dice ancora no. Noi gliela facciamo lo stesso. «Da dove vieni?». Ancora no con la testa. Immaginiamo che non sappia la lingua. Invece dopo qualche minuto fa: «Dalla Polonia, ma non ho un contratto regolare. Non voglio mettere nei guai il mio datore di lavoro, perciò per favore, non chiedetemi nulla. Sarò qui per due mesi, poi tornerò a casa».

Procedendo nel nostro viaggio ci imbattiamo in altri due o tre irregolari. Ma nessuno che sappia dirci con esattezza quanto numericamente sia esteso questo “popolo in nero”. Abbiamo cercato, tra i dati disponibili, di fare chiarezza. A cominciare dalle statistiche su chi, invece, un contratto legale, ce l’ha.

I risultati del sesto censimento dell’agricoltura in ITALIA, pubblicati da Istat circa un mese fa, hanno fotografato una situazione in veloce espansione. I lavoratori stranieri, 233 mila, rappresentano il 24,8 per cento della manodopera aziendale non familiare e il 6,4 per cento di quella complessiva. Il 57,7 per cento di questa forza lavoro proviene da Paesi dell’Unione europea, mentre il 42,3 per cento da Paesi non appartenenti all’Ue. I primi prediligono forme contrattuali flessibili (ovvero: lavorano per qualche settimana, poi tornano in patria o cambiano lavoro), mentre i cittadini extra Ue firmano in genere contratti continuativi, a tempo indeterminato o comunque di durata annuale.

In PIEMONTE, secondo il sondaggio effettuato da Inea nel 2010, la componente straniera risulta più vasta rispetto al resto del Paese: sono state 13.357 le procedure di assunzione in agricoltura di immigrati extracomunitari con un incremento, rispetto al 2009, dell’8,5 per cento. Le assunzioni che hanno invece riguardato cittadini neocomunitari (rumeni e bulgari) sono state 8.526.

L’ALBESE si rivela una delle aree più attrattive: la percentuale dei lavoratori stranieri supera il 70 per cento del totale, con circa 3.000 assunzioni nel solo 2010. In base ai dati riferiti dall’Osservatorio nazionale sul mercato del lavoro, l’occupazione irregolare in Piemonte potrebbe attestarsi attorno al 10 per cento: il dato risulta in diminuzione anche dopo i serrati controlli da parte dell’Ispettorato del lavoro. Adattando i numeri alla realtà albese (i lavoratori agricoli sono in tutto circa 6.000, vedi intervista a destra), significa che sulle colline potrebbe abitare un piccolo esercito di circa 400 stranieri irregolari, a cui si aggiungerebbero circa 200 “autoctoni” assunti in nero (ad esempio, studenti universitari, giovani disoccupati, eccetera).

Il capitano dei Carabinieri di Alba Nicola Ricchiuti spiega: «Da quando alcuni Paesi dell’Est sono entrati nell’Unione europea, il fenomeno degli irregolari si è contratto. Circa tre settimane fa abbiamo effettuato controlli nell’albese: abbiamo scovato qualche situazione illecita, ma i datori di lavoro per la maggior parte si attengono alle prescrizioni». Il fenomeno appare sommerso, celato e non percepibile agli occhi di uno sprovveduto osservatore. Sfugge alle statistiche e sovente al controllo delle autorità. In periodo di recessione, la capacità seduttiva del lavoro nero incrementa.

Matteo Viberti

Arian, albanese, da senza tetto a re dei campi coltivati

Arian Mardedi ha 38 anni ed è arrivato in Italia nel 1999, quando ne aveva 25. La sua è la storia di chi, a prescindere dall’estrazione socioeconomica e dal luogo di provenienza, riesce a costruire un castello pure su un terreno di fango e arbusti, tra intemperie fatte di iniquità e disagio. Ma è anche la storia di un concetto: per rinascere ci vuole qualcuno capace di accudire, un mentore disponibile ad accogliere. Quando Arian è arrivato in Piemonte, dall’Albania, era solo e privo di prospettive. Racconta l’uomo: «Per una settimana ho dormito fuori, al freddo». Poi, grazie ad alcuni amici, ho cominciato a lavorare. Non avevo documenti, ero irregolare. La vita non era facile».

L’inversione di rotta è cominciata grazie a un incontro fortuito: due fratelli agricoltori, che lo hanno assunto nella loro azienda a Bra. «Inizialmente svolgevo mansioni umili e legate alla raccolta nelle serre. Poco alla volta, conquistando la fiducia dei datori di lavoro, ho cominciato ad allargare lo spettro delle mie mansioni. Fino a quando mi sono trovato a dirigere una squadra di quattro o cinque dipendenti. Avevo il mio stipendio mensile, ma il lavoro quotidiano lo gestivo come volevo e mi sentivo libero», prosegue Arian.

La progressione è poi arrivata all’apice ovvero il traguardo dell’indipendenza. «Tre anni fa un imprenditore di Moretta (vicino a Saluzzo) interruppe la sua attività. Affittai le strutture lasciate libere e aprii la “mia” azienda: cominciai a coltivare insalata, peperoni di Cuneo, prezzemolo. Ora rifornisco un grande supermercato italiano, la Coop, ho 15 giornate piemontesi di terreno ricoperte di ortaggi, offro lavoro a cinque dipendenti stagionali (macedoni e rumeni) e riesco a garantire a mia moglie e alle mie due figliolette un buono standard di vita», chiude l’immigrato.

Oggi Arian lavora quindici, a volte venti ore al giorno – «Mi alzo alle quattro per andare nei campi, torno di sera senza energie» –, ma sembra felice, pare aver esaudito il proprio desiderio originario. Non ha rancori, rimpianti o angosce: piuttosto, trapela gratitudine. La sua “scalata” lavorativa si intreccia alla vicenda esistenziale: è la storia di un “riconoscimento”, un premio ricevuto in proporzione al sacrificio erogato e alla volontà dimostrata. Un’equazione introvabile nel contesto socio-economico odierno, in cui i clientelismi prevalgono sulla meritocrazia, la prevaricazione sulla cooperazione. Arian sembra esserne consapevole: «Posso dire nulla di male sugli italiani, è grazie a loro che sono qui. So di essere stato fortunato, altri amici hanno fatto una brutta fine. Ma oggi in questo Paese alcune cose, come la politica, sono lontane dal funzionare come dovrebbero».

m.v.

Cooperative straniere fittizie

L’uomo ci ospita a casa, a pochi chilometri da Alba. Promettiamo che né il luogo di residenza né il suo nome saranno resi pubblici: il punto di vista del nostro testimone ruota attorno alla convinzione che durante la vendemmia il lavoro nero sia sinonimo di normalità. In altre parole la pubblicazione del suo nome potrebbe provocare inimicizie da parte dei viticoltori e delle cooperative agrarie.

 Con voce pacata, segnata dalla fatica di una giornata lavorativa, il contadino comincia a raccontare: «Quest’anno compirò trent’anni: dal 2008 vivo in Italia, il mio Paese era al limite della povertà. Qui tutto sommato si sta bene: le persone non sono razziste; tuttavia, non è semplice ottenere un contratto». Sorseggia di continuo il caffè e non smette di fumare. «Io stesso, ogni autunno, accetto di lavorare irregolarmente. Ho necessità di arrotondare lo stipendio: durante il resto dell’anno sono operaio presso una grande industria, ma il contratto stagionale non basta per garantire un futuro a mio figlio. La vigna rappresenta il salvagente».

Intanto, una donna, la moglie del nostro interlocutore, appoggia un vassoio di dolci sulla tavola e sorride, sussurrando qualche parola in lingua macedone. L’uomo continua, rilassato nel parlare, frenetico nel gesticolare: «Anche alcune cooperative di lavoratori gestite da stranieri, propongono contratti fasulli: le persone socie dovrebbero lavorare una settimana, ma continuano per almeno un mese (in nero): spesso, terminato il mini-contratto i capi delle cooperative propongono ai braccianti pagamenti ingiusti (5 euro all’ora) in alternativa al licenziamento. Chiunque accetterebbe la proposta pur di non morire di fame».

In pratica, può accadere che il viticoltore, ignaro della situazione, continui a pagare gli operai circa dieci euro all’ora, mentre i cinque euro di scarto rappresentano il guadagno netto per i gestori delle “organizzazioni”. Gli domandiamo come ha reperito tali informazioni; con fare convinto, l’uomo annuisce un paio di volte: «L’ottanta per cento dei lavoratori nei filari sono macedoni, conosciamo questa realtà. Speriamo che termini la crisi e che le persone smettano di pensare solo al profitto».

Marco Viberti

Dalla crisi ci salverà la terra

COLLOQUIO Un vero e proprio “popolo”, con tratti etnici, culturali e occupazionali, raggiunge le colline nei mesi di raccolta o di vendemmia. Scopriamoche i vigneti, con la globalizzazione galoppante e i flussi migratori in espansione, parlano un idioma sempre meno legato alla realtà locale e sempre più internazionalizzato. Per conoscere meglio le identità che abitano i vigneti abbiamo incontrato Roberto Giobergia, responsabile dell’Ufficio legale e amministrativo di Coldiretti Cuneo.

Quanti sono e chi sono i lavoratori stranieri sulle nostre colline, Giobergia?

«I lavoratori presenti nelle aziende agricole dell’albese sono pressappoco 5-6.000. Circa il 70 per cento sono stranieri, in gran parte impiegati con rapporti stagionali, ma in misura crescente anche con contratto a tempo indeterminato. La loro provenienza prevalente è l’Europa dell’Est, soprattutto l’area dell’ex Jugoslavia (in particolare, sono macedoni), la Romania e, in misura minore, la Polonia».

Che tipo di legame hanno questi lavoratori con gli imprenditori vinicoli?

«Le assunzioni avvengono in misura prevalente mediante contratti a tempo determinato, cioè contratti della durata inferiore all’anno, con l’applicazione del contratto collettivo degli operai agricoli che prevede la retribuzione delle ore effettivamente lavorate. In occasione della vendemmia è notevole il numero delle assunzioni, sia con contratti a tempo determinato sia, quando si tratta di pensionati e studenti, mediante i voucher (lavoro accessorio occasionale)».

Perché il numero di lavoratori stranieri sulle colline supera di gran lunga quello degli italiani?

«Si può ritenere che la spiegazione risieda in una questione culturale: il lavoro manuale negli ultimi decenni è stato svalorizzato (e qui bisognerebbe chiedere spiegazioni alle famiglie e soprattutto al mondo della scuola), come se il contatto fisico con la terra fosse menonobile rispetto allamansione intellettuale. In secondo luogo, l’aspirazione a un rapporto di lavoro stabile, che caratterizza la scelta esistenziale degli italiani, sicuramente ha allontanato gli “autoctoni” dall’agricoltura, settore in cui la maggior parte dei rapporti è di tipo stagionale. In questo contesto occorre evidenziare che, negli ultimi anni – con la crescente crisi occupazionale – si sono registrati piccoli segnali di un ritorno degli italiani alle campagne».

A proposito di crisi. Come è cambiato il flusso di lavoro nelle campagne in questi ultimi anni?

«L’agricoltura, in questo periodo di crisi e di crescente disoccupazione generale, ha mantenuto stabili i livelli occupazionali, evidente sintomo di una forte volontà del settore a resistere, nonostante le difficoltà. In questo senso va evidenziato che l’agricoltura, dal punto di vista occupazionale, è anticiclica: nel senso che, a differenza di altri settori (per esempio, l’industria, che a fronte della riduzione degli ordinativi ricorre alla cassa integrazione) non può bloccare la produzione perché il vigneto, il frutteto o l’allevamento devono essere mantenuti efficienti nonostante le difficoltà economiche».

m.v.

Troppa concorrenza

COLLOQUIO-2 Arriva l’autunno e tra vendemmia e la raccolta della frutta la manovalanza in campagna aumenta vorticosamente. Abbiamo chiesto a Giuseppe Meineri, della Uila- Uil, di parlare della situazione delle nostre colline.

Meineri, c’è grande richiesta di manovalanza agricola in questo periodo nella zona. Come sono inquadrati i braccianti immigrati?

«Conosco la situazione del saluzzese, che non ha confronto con l’albese. Là si parla di manovalanza che vive in una situazione di degrado e di miseria, dettata da un sovraccarico nell’offerta, a scapito della richiesta. Nell’albese non funziona così».

Dove sono le differenze?

«Per i lavori di vendemmia e potatura in vigna arrivano le persone che servono. E, poi, l’organizzazione è diversa».

In che senso?

«È un fenomeno tutto albese. I lavoratori immigrati si sono organizzati in cooperative agricole, che vendono i servizi alle aziende, spostando il numero necessario di persone, impiegate a un prezzo vantaggioso. Tutto questo avviene, garantendo uno stipendio accettabile ai lavoratori».

E funziona bene?

«Funziona eccome, anche se negli ultimi anni la continua nascita di cooperative che si immettono sul mercato ha dato vita a una concorrenza sui prezzi dei servizi. A lungo andare sono stati penalizzati i lavoratori, che hanno visto diminuire la loro retribuzione e talvolta sono stati privati della sicurezza che tutte le norme del contratto vengano rispettate».

E le aziende?

«Sono sempre più attente ai costi. Se per lo stesso lavoro – invece di assumere – si possono avere gli stessi servizi tramite le cooperative, risparmiando, è facile immaginare che cosa scelgano i datori di lavoro. Ma la situazione sta mandando in corto circuito il sistema che per anni è stato collaudato, creando un’anomalia da non sottovalutare e da monitorare».

Cristian Borello