Scopriamo le origini del termine piemontese “Alvà”

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Alvà: Lievito, impasto messo a lievitare per fare il pane

Poche cose sono sacre come il pane: un tempo i pani benedetti, venivano consumati a piccoli pezzi per fini terapeutici; avevano funzione apotropaica contro la grandine, propiziavano la fertilità agraria, la dentizione dei bambini e il parto degli animali.

Nelle filastrocche associate ai nostri paesi, si dice che a S. Donà beuto l’alvà – a S. Donato di Mango mettono a lievitare il pane. Le sfumature di alvà, per quanto minime, riconducono fonicamente a quel senso di sollevamento, di elevazione verso l’alto, proprio come l’atto di lievitazione.

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sappia fare il pane, che ami gli alberi e riconosca il vento”, recita un brano di Franco Arminio. È proprio da questa urgenza artigianale che viene da pensare alla chërsuva, ossìa la “crescita”, la convenzione tra panettiere e clienti, secondo la quale chi portava la farina al forno comune poteva scegliere se ricevere il 20% in più di pane e pagare la cottura, oppure ricevere pari peso di pane e non pagare la cottura. Pane ottimo, che durava giorni, non 10-12 ore.

Ci fu un tempo sulle nostre colline in cui, al termine delle sepolture, veniva distribuita na mica ‘d pan (una pagnotta) a coloro che avevano partecipato alla funzione. Questo accadeva per esprimere gratitudine in un momento in cui il pane rappresentava un atto di generosità, che andava a riconoscere il mancato lavoro di quel giorno delle persone intervenute alla sepoltura per dare l’estremo saluto ad un paesano, un conoscente o un parente.

Ogni anno a Belvedere Langhe, dal 1612, la seconda domenica dopo Pasqua si celebra la festa dei micon, i pani benedetti. Dopo la processione saranno solo i maschi a riceverli, solitamente gli anziani della famiglia. La tradizione conferiva a questi pani proprietà curative, per cui i contadini durante l’anno ne utilizzavano porzioni nei momenti di bisogno. Fra i protagonisti va citato Luigi Barroero, musicista, agricoltore e panificatore di Langa, depositario della ricetta che da 500 anni viene mantenuta segreta, tramandata all’interno della Confraternita dei Battuti Bianchi e custodita dal decano.

Paolo Tibaldi

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