Scopriamo con Paolo Tibaldi il significato della parola piemontese “Cioanda”

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Cioanda: Siepe, recinto di siepi. Barriera con canne di scarto, che separa le proprietà private.

Qualche volta mi ritrovo, involontariamente, a chiacchierare di parole piemontesi con alcuni lettori della rubrica che hanno piacere di vederne approfondita qualcuna tra le loro più care: pare sempre una gara a chi propone la parola più bella, quella più musicale, la più ricercata o quella che suscita più memoria emozionale.

Cioanda è la parola della settimana, suggeritami tempo fa. È necessario notare che, come sempre, la o si legge u; (dunque la parola di oggi si pronuncia ciuanda nella variante di Langhe e Roero). Certamente, anche in questo caso c’è chi la pronuncia diversamente a seconda della zona, del paese, del ‘bricco’: cioènda, ciovenda, cioàinda, ciovanda e chi più ne ha, più ne metta, ma sempre di siepe (e suoi derivati) si parla.

Idioma attestato in Piemonte, Liguria e nella zona francoprovenzale, ha un chiaro etimo latino: si tratta del gerundio latino CLAUDENDAM, ovvero ‘che deve essere chiusa’. Infatti, è a questo che serve la siepe, a stabilire il confine tra l’una e l’altra proprietà privata, oltre che a nascondere, proteggere o creare ombra a ciò che è contenuto in una di queste due. Il verbo che racconta l’azione del costruire una siepe è cioandé, ossìa assieparsi, cingere di siepi.

Tra i modi di dire, ne troviamo alcuni che caratterizzano la vita piemontese, specie quella rurale, dove è più probabile trovare cioande. Per questi che andrò a citare ringrazio il dizionario Rastlèiȓe redatto da Silvio Viberti e Primo Culasso. Bitè ‘ȓ cu ‘nt ȓa cioanda (evitare fregature e tenersi dalla parte della ragione); Avaj tanti fieuj da fé na cioanda a ȓ’òrt (aver tanti figli che, l’uno accanto all’altro, possono formare una siepe per l’orto).

“Ci sono zone così povere dove neppure si parla più la lingua locale”, mi dice un saggio amico, alludendo forse alla babilonia biblica. Abitare il piemontese, vuol anche essere una rivincita su quanto sia saggio pensare in modo locale, seppur necessario agire globale. In vent’anni stiamo dimenticando la nostra storia millenaria

Paolo Tibaldi

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