Cavalli (Cimo): gli asintomatici sono sottostimati perché non si fanno test

IL COLLOQUIO  Più tamponi e più sicurezza per chi ogni giorno è in prima linea a combattere il Covid-19: da settimane, sono queste le richieste dei medici piemontesi alla Regione e all’Unità di crisi. Temi fondamentali, se si pensa che in Italia sono 140 i decessi registrati tra i camici bianchi a causa del virus. A sollevare la questione, è il Cimo Piemonte, il sindacato dei medici dipendenti pubblici.

Il segretario regionale è Sebastiano Cavalli, ex presidente del Consiglio comunale albese e del consorzio socioassistenziale, oltre che chirurgo del San Lazzaro di Alba: «In questo momento, il nostro unico obiettivo è cercare di contenere il contagio, cosa che non può accadere se non si permette a medici, infermieri e operatori sociosanitari di lavorare in sicurezza: ci siamo sempre posti nei confronti della Regione e dell’Unità di crisi in un’ottica collaborativa, perché siamo tutti dalla stessa parte, ma la nostra voce dev’essere ascoltata: è dal 26 marzo che non abbiamo contatti con i vertici regionali, nonostante le nostre continue richieste», esordisce.

Per Cavalli, sono diversi i punti deboli nella strategia piemontese, a partire dai tamponi ai medici e al resto del personale sanitario: «In Piemonte, in ospedale e sul territorio, i casi di Covid-19 sono sottostimati. Oggi i tamponi vengono effettuati solo a chi presenta sintomi, ma ormai è chiaro che esiste il problema degli asintomatici. Il coronavirus sta diventando un’infezione nosocomiale, in cui il rischio di contagio tra il personale è molto elevato, con la conseguenza d’innescare pericolose catene di diffusione che arrivano fino ai pazienti. La nostra richiesta è chiara: tamponi a tappeto tra i sanitari, per fotografare la situazione attuale, identificare i contagiati e isolarli, anziché continuare a farli lavorare e aumentare ulteriormente la curva epidemica della nostra regione».

C’è poi la questione dell’organizzazione della rete ospedaliera piemontese, che oggi mostra le sue criticità agli occhi di chi ogni giorno lavora in corsia: «Anziché creare dei presidi unicamente dedicati alla cura del coronavirus, è stata presa la decisione di riconvertire gli ospedali, con reparti Covid-19 e no. Però, in una realtà come può essere quella del San Lazzaro di Alba – una struttura sanitaria non nuova e di piccole dimensioni –il rischio di contaminazione tra gli spazi è molto alto. In generale, a livello piemontese, sarebbe stato più utile selezionare determinati presidi per il coronavirus, lasciando liberi dal contagio gli altri ospedali: anche per questo motivo, oggi si lavora ovunque in un clima di incertezza».

Sul fronte dei dispositivi di protezione, il problema rimane: «Le mascherine e le altre protezioni ci sono, ma parliamo di scorte che si stanno esaurendo. Quello che ci chiediamo è semplice: se a fine gennaio l’Italia ha dichiarato lo stato di emergenza a causa delle minacce del Covid-19, perché già allora a livello centrale e regionale non è iniziato l’approvvigionamento dei dispositivi? Senza cercare responsabilità dei singoli, perché errori ci sono stati a tutti i livelli, alla base della situazione attuale c’è una sottovalutazione del rischio iniziale, che ha favorito la diffusione dell’epidemia da Covid-19».

Tra le altre proposte del Cimo, «anche un riconoscimento economico per i sanitari in prima linea, come hanno già deliberato l’Emilia-Romagna e la Toscana: non siamo eroi, ma persone dedite al proprio lavoro, che ogni giorno affrontano turni massacranti e mettono a rischio la salute, senza aver ricevuto fino a oggi le giuste tutele», conclude Cavalli.

f.p.