Ecco i miracoli che sono anche alla nostra portata

PENSIERO PER DOMENICA – VI TEMPO ORDINARIO – 14 FEBBRAIO

Marco concentra nella prima parte del suo Vangelo una serie di miracoli di Gesù, compiuti in tempi diversi. Questa domenica troviamo la guarigione di un lebbroso (Mc 1,40-45). Ogni epoca storica ha avuto la sua “lebbra”, fonte di emarginazione sociale: nell’antichità era la malattia che segnava prima la pelle, poi tutto il corpo. Nei tempi più recenti i “lebbrosi” sono stati di volta in volta i malati di Aids, i tossicodipendenti, i fondamentalisti, gli immigrati irregolari, i malati di Covid-19.

La prima forma di difesa dalla “lebbra” sono regole chiare. Nella prima lettura troviamo un estratto dal libro del Levitico (13,1-2.45-46) che dedica ben due capitoli alle regole per difendersi dal contagio. Gesù non chiede di violare queste regole, indispensabili per la convivenza sociale: dopo il miracolo ordina al lebbroso guarito di presentarsi al sacerdote che doveva accertare l’avvenuta guarigione. Ciò che Gesù non accetta e non condivide è il disprezzo sociale che segnava questi malati, caricandoli di sensi di colpa: «Se sei in questa condizione te lo sei cercato, te lo sei voluto; in fondo è colpa tua!».

In Gesù non viene mai meno l’umanità. Non si presenta mai come santone o guaritore, anzi fa di tutto per distogliere l’attenzione da sé. Si preoccupa solo del malato che ha davanti, che in quel momento lo supplica e chiede aiuto. Prima della guarigione c’è il miracolo dell’umanità, della compassione, della tenerezza. Questi “miracoli” sono alla nostra portata: anche noi siamo chiamati a compierli, a imitazione di Gesù, come chiede san Paolo ai Corinzi (1Cor 10,31-11,1). Per essere molto concreti: a nessuno è chiesto di avvicinare senza debite protezioni un malato infettivo né di abbracciarlo. Ci sono tanti modi “sicuri” per esprimere vicinanza e affetto e non creare esclusione: questo ci viene chiesto in nome della fede e della fratellanza comune.

Trattare chi soffre con umanità è rendere gloria a Dio. È molto indicativo l’accostamento tra le letture. L’invito di Paolo, «fate tutto per la gloria di Dio», ha avuto nel corso dei secoli tante interpretazioni. Ha ispirato grandi santi, ha fatto scrivere pagine mistiche altissime. Il Vangelo odierno suggerisce una interpretazione molto “terra terra”: trattare con umanità un malato, e lottare contro le varie forme di emarginazione è un modo di rendere gloria a Dio, alla portata di tutti. Non è necessario essere dei grandi mistici: basta essere ricchi di umanità. Come Gesù.

Lidia e Battista Galvagno