Sanfrè: la chiesa di Santa Maria Maddalena e il complesso di Motta degli Isnardi

SANFRÈ È un pomeriggio di sole di una domenica invernale quando si entra in un complesso che evoca fascino antico. Nella campagna ai confini tra Bra, Cavallermaggiore e Sanfrè c’è un complesso molto particolare che fa parte del Comune di Sanfrè. È il complesso di Motta degli Isnardi, 12 cascine, che portano i nomi dei dodici apostoli con la Chiesa dedicata a Santa Maria Maddalena. Motta degli Isnardi, che nel corso del medioevo era un centro autonomo sotto il profilo giurisdizionale fu inglobato nel XVI Secolo dal territorio di Sanfrè e oggi ne costituisce una frazione (Molino 2005). Motta significa cumulo di terra in piemontese, Isnardi invece furono i proprietari in epoca storica, una famiglia ora estinta. Gli Isnardi entrano nella storia di Sanfrè nel 1284, quando ricevono l’intero feudo da Galeazzo Visconti. Nell’ultimo quarto del Trecento, i Roero, presenti in molti feudi della zona, emergono anche in Sanfrè dove, per acquisto giungono a possedere un quarto del feudo che, nel 1405, perviene alla linea con Monticello d’Alba. Nel 1570, dopo un lungo periodo in cui le quote del feudo sono inalterate, Lelio Roero, per far fronte alle grandi spese derivategli da una causa di successione, vende ai conti Isnardi la sua parte di Sanfrè. Per loro inizia una stagione di nuove fortune; quasi nello stesso periodo, infatti, acquisiscono una parte di Montaldo e il feudo di Montà. Inoltre, in Sanfrè, oltre l’intero feudo, dispongono di un cospicuo patrimonio fondiario.

Il complesso curtense di Motta degli Isnardi conserva le caratteristiche dell’impianto originario: dodici cascine (ciascuna con il nome di un apostolo), una torre quadrata a tre piani, una casaforte e una chiesa consacrata e intitolata a Santa Maria Maddalena. È indubbio l’intreccio di vicende dei cavalieri templari tra Motta degli Isnardi, Motta San Giovanni e il Motturone, struttura di avvistamento sulla Via del sale, crollata per incuria nel 2011. In terra sanfredese (per l’esattezza in frazione Martini) si trova anche una campana proveniente dalla località braidese di Bafometto, sede dell’acquedotto, il cui nome evoca antiche leggende dell’Ordine templare [bibliografia: Pierfrancesco Rolando, Valmala, un paese unico. Come la sua storia. Umberto Soletti Editore 2019].

La torre che accoglie nella frazione, ora proprietà privata, permetteva dalle sue finestre di essere punto di vedetta per tutta la piana, da Bra a Cavallermaggiore, da Sanfrè a Sommariva Bosco. Come riferisce lo storico Pierfrancesco Rolando accanto ai templari sono nate tante leggende, ma tutti hanno dimenticato o non conoscono quanta promozione hanno fatto per la società, basta leggere dello stesso storico il libro su Valmala, località che ha avuto e in modo documentato la presenza dei Templari [bibliografia: sito internet del Comune di Sanfrè]. I templari erano portatori d’innovazione medica, culturale e stile di vita, che adoperavano verso il popolo, cosa unica, dentro i feudi o commende dell’ordine. Ricordiamo che la scomparsa dell’Ordine del tempio e da imputare quasi esclusivamente a Filippo il bello, re di Francia, mandante e unico responsabile dell’omicidio di stato di Molay, ultimo gran maestro dell’ordine del tempio a Parigi 1314.

È conferma una breve proprietà del marchese di Saluzzo e quindi è verosimile la presenza di un gruppo di templari che erano monaci militari. Tra il 1211 e il 1212, i Manzano vendettero la loro giurisdizione al marchese Manfredo di Saluzzo, ricevendone l’investitura. La parte di Sanfrè ancora di pertinenza vescovile fu infeudata a Bonifacio di Brayda nel 1224, il quale si sottomise al Comune di Asti. Alla metà del Duecento, il feudo era per cinque sesti sotto il controllo di Asti, mentre la quota restante apparteneva a Nicolao de Brayda (forse vassallo di Breme). Gli Isnardi gravitavano dentro la corte marchionale di Tommaso II di Saluzzo. Ma perché possiamo azzardare una presenza templare a Motta degli Isnardi di Sanfrè? Considerazioni storiche e calcoli di quello che era il cammino che un cavaliere poteva fare in una giornata. La distanza tra due punti non doveva superare tra un’orazione e altra (la liturgia delle ore dei monaci), cioè un massimo di otto ore. Considerato che partivano di mattino non all’alba. quindi possiamo dire che la forbice di tempo era tra le 8 e le 16 al massimo. Ed è la distanza a cavallo che va da Motta degli Isnardi a Cavallermaggiore, da qui a Murello e poi a Saluzzo, feudo templare di Valmala. Bisogna considerare, che in caso di conflitto i rinforzi dovevano arrivare velocemente. E ci sta a cavallo da Motta Gastaldi e Motta San Giovanni a Cavallermaggiore.

Gli ultimi possedimenti dei templari scompaiono entro il 1320 quando vi fu un inizio di annessione dei beni in tutta Europa, tranne in Portogallo e Spagna. Anzi in Portogallo con il nuovo Papa, la corona portoghese non solo diede asilo e protezione assoluta ai templari, ma rifondò legalmente un ramo templare, riconosciuto in tutto e per tutto. Pertanto la decorazione, che s’intravede entrando nel complesso di Motta degli Isnardi, con i colori che lo Stato Vaticano consegna ai capi di stato è niente altro che il nome e la decorazione templare portoghese. Ma la storia non finisce qui, nel senso che in corso ci sono ancora studi e valutazioni.

Ma torniamo alla Motta degli Isnardi. Il complesso ha subìto profondi cambiamenti dall’originale, case moderne in mezzo alle cascine ancora originali, anche la Chiesa, dove fino all’avvento della pandemia si celebrava ancora la Messa, nel corso dei secoli ha subito profonde trasformazioni. La chiesa all’ingresso conserva la scritta Ave Maria, ipotizzando pure un’origine templare nel nome della chiesa, intitolata all’apostola degli apostoli, Maria Maddalena, come l’ha definita Papa Francesco.

Parliamo della chiesetta di Motta di Sanfrè, perché quest’anno cade un anniversario ricordato da un’iscrizione: 270 anni fa la chiesa è stata sottoposta a lavori di ampliamento e di ristrutturazione come riporta la targa. La chiesa originariamente era il punto di convergenza di tutte e dodici le costruzioni agricole, le cascine dei 12 apostoli, attualmente la sua visuale ha meno respiro, segno di costruzioni che nel corso del tempo sono cresciute in modo difforme dell’architettura originale. La chiesa presenta una sola navata, sopra l’altare un quadro raffigurante Santa Maria Maddalena e Sant’Antonio con la Vergine Maria.

Il quadro è di Natale Carena e reca la data del 1876. Un quadro non originale della chiesa, probabilmente adattato in uno degli arrangiamenti. Tutto il presbiterio è stato oggetto di trasformazioni, le vetrate laterali presentano le immagini della Madonna dei fiori di Bra, a destra e a sinistra San Luigi Orione, poiché fino a molti anni fa a Villa Moffa c’erano i figli spirituali di don Orione che venivano alla Motta a celebrare. Al fondo della chiesa, sopra la porta d’ingresso, un quadro che racconta un miracolo accaduto nel Secolo scorso: un fulmine colpisce la frazione mentre i fedeli uscivano dalla chiesa e i fedeli miracolosamente scampano al pericolo. Quindi la chiesa in esame era già presente nel Medioevo, ma quella che vediamo attualmente è il frutto di successivi rifacimenti che spesso accadeva nel passato non lasciava traccia delle costruzioni precedenti, nascondendo e celando a volte per sempre tesori artistici. Senza contare gli arrangiamenti del Novecento.

Lino Ferrero