Anziani al tempo della pandemia

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IL RACCONTO  Un pomeriggio come tanti nella casa di riposo Ottolenghi, alle porte di Alba. In un angolo del grande salone, un’ospite, con l’aiuto di un’amica, sta riordinando l’abito migliore. Dietro al vetro che la separa dal cortile della casa presto apparirà sua figlia e vuole farsi vedere bella. Non potranno abbracciarsi – questo è uno dei tanti effetti del Covid-19 –, ma potranno parlarsi tramite il sistema audio messo a disposizione dalla struttura. Si vedranno, si parleranno… Non è molto, ma è tutto in un periodo come questo. Fuori, accanto alla fontana, ci sono alcuni anziani che prendono il sole: si parlano a distanza. Intanto, sul marciapiede a pochi metri ci sono infermiere e operatori che transitano velocemente avvolti in tute di sicurezza per evitare il contagio. Avessimo visto una scena come questa poco più di un anno fa avremmo pensato a un film catastrofico.

Il resto è attesa e silenzio, dettati dalle norme di sicurezza nel tempo della pandemia. Anche alla casa di riposo Ottolenghi di Alba il Covid-19 ha colpito duro: «Ci ha costretti a un brusco cambiamento di abitudini», raccontano il medico responsabile della struttura Giuseppe Amato e la direttrice Cinzia Ramello: «Stop alle feste, per mesi sono stati impossibili gli incontri con i familiari. Un anno fa si parlava di un’influenza; poi, la realtà si è rivelata altra cosa. Abbiamo capito che la situazione si faceva drammatica e, prima che arrivassero disposizioni, abbiamo bloccato tutto nell’attesa che qualcuno ci dicesse cosa fare».

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Le prime settimane di pandemia dello scorso anno sono state drammatiche: «Abbiamo adottato il distanziamento, iniziando a confezionare le prime mascherine, dato che quelle a norma erano introvabili. Da subito, abbiamo affrontato le preoccupazioni dei familiari, molti dei quali hanno capito la gravità della situazione. Sapevamo quanto fosse doloroso blindare la struttura e sovvertire le nostre modalità di lavoro e di relazione con anziani e parenti. Per noi è stato un difficile e anche sgradevole compito, che andava contro le nostre consuete modalità d’intervento. Il dispiacere più grande è stato dover limitare i contatti esterni per gli ospiti, che di colpo si sono trovati in un vuoto di affetti familiari, ostaggio di una solitudine difficile da colmare, dolorosa e penetrante e per molti di loro davvero insuperabile».

Il medico aggiunge: «La terapia non è fatta soltanto di medicine: se mancano il contatto, la vicinanza, il calore familiare, all’anziano manca tutto e rimane soltanto la disperazione. Abbiamo visto tanta sofferenza in questi mesi di pandemia, in una situazione che toccava corde delicate, quelle dei sentimenti e degli affetti umani, dei quali nessuno può fare a meno».

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La direttrice Cinzia Ramello e il medico Giuseppe Amato

Ramello aggiunge: «Tutti noi operatori siamo coscienti dei rischi che si corrono. All’inizio, in particolare, sapevamo di poterci ammalare; sapevamo però di fare parte del contesto e questo dato cambiava la prospettiva di lavoro e di relazioni con le persone vicine».

Peraltro, il futuro in questo momento appare meno difficile: «Forse, grazie al vaccino impareremo a convivere con questo virus. Certamente, sarà molto circoscritto e speriamo di poter tornare gradualmente ad aprirci agli incontri e agli abbracci. Ci auguriamo di poter di nuovo sorridere con i nostri anziani, dato che l’immunizzazione ha ormai raggiunto quasi tutti». Nonostante il vaccino e il conseguente crollo dei contagi nelle case di riposo piemontesi l’attenzione resta però elevata. Spiega Amato: «Non abbassiamo la guardia, perché conosciamo i pericoli. Per non interrompere del tutto il legame affettivo con i familiari abbiamo adottato soluzioni alternative alla visita in presenza, mediante videochiamate con Skype e WhatsApp; abbiamo anche dato vita a incontri con la protezione di una vetrata attrezzata con microfono o con la stanza degli abbracci generosamente donata dall’associazione Ho cura di Alba. Inoltre, abbiamo consentito un estremo saluto in casi particolari. Siamo consapevoli dell’impatto sociale ed economico del Covid-19, a causa del quale molte persone hanno purtroppo perso il lavoro e altre sono costrette in cassa integrazione, in difficoltà a pagare le rette, ma stiamo cercando di non lasciare indietro nessuno».

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Amato conclude con una riflessione amara: «Penso che, nell’emergenza, sia mancata una discussione su quelle che dovrebbero essere le priorità. Le istituzioni hanno ragionato in modo burocratico: il distanziamento, il metro, i divieti, i colori delle zone. Si è purtroppo tralasciato il tema delle priorità affettive e degli effetti tragici della loro mancanza. L’amore e la tenerezza oggi vietati in nome della salute possono essere una valida medicina contro la solitudine della terza età».

Marcello Pasquero

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