TORINO – «I tavoli regionali di consultazione sono importanti e utili, ma chi deve decidere è la politica. Il momento del vino è tale da non consentire più alcun tentennamento. Dopo aver ascoltato tutti, ci aspettiamo che l’assessore regionale all’Agricoltura decida, ben sapendo che non potrà dare ragione a tutti. Rispetto a un anno fa, nulla è cambiato, se non che la situazione è ulteriormente peggiorata, perché le vigne non hanno il rubinetto che si può chiudere per limitare i danni. Il momento non è facile per nessun settore, oltre a chiedere il comparto del vino deve saper assumere le proprie responsabilità». È questa in estrema sintesi la posizione espressa dal Gruppo d’interesse economico viticoltura di Cia agricoltori italiani Piemonte e Valle d’Aosta dopo l’incontro di mercoledì 10 giugno con l’assessore regionale all’Agricoltura, Paolo Bongioanni.
La rappresentanza dell’Organizzazione agricola regionale, presieduta da Gabriele Carenini, esorta la Regione Piemonte a cogliere l’occasione della crisi per riprogrammare il comparto vitivinicolo, non soltanto in funzione dell’emergenza di oggi, ma guardando al futuro da qui ai prossimi dieci anni, tenendo conto dei tempi richiesti dalla natura per adeguarsi alle nuove esigenze produttive del settore. Nell’immediato, l’indicazione è di utilizzare tutte le risorse disponibili per la vendemmia verde e di contingentare al massimo al 5% superi, se non abolirli. In sostanza, non diminuire le rese, ma togliere i superi. Va detto, secondo i rappresentanti regionali del settore vitivinicolo di Cia Piemonte e Valle d’Aosta, che le criticità del settore non sono riscontrabili ovunque in Piemonte con la medesima gravità, però bisogna fermare e programmare estirpi e nuovi impianti secondo le necessità specifiche caso per caso.
Rimane un punto fermo per l’Organizzazione agricola la richiesta che le risorse pubbliche destinate all’agro-industria siano indirizzate esclusivamente alle realtà che impiegano materie prime piemontesi. Analogamente, viene auspicato il rispetto di un patto non scritto tra gentiluomini che impegni i soggetti beneficiari degli aiuti pubblici a riconoscere ai loro conferitori un prezzo minimo delle uve non inferiore a 90 centesimi di euro al chilo, per restituire dignità al lavoro del viticoltore, che non fa solo vino, ma è il perno di un sistema complesso di tutela dell’ambiente e della biodiversità, oltre che della promozione turistica, una componente sempre più rilevante per l’economia locale. Alla Regione Piemonte è stato inoltre richiesto uno sforzo per superare il momento di crisi relativo all’aumento delle giacenze. Visto tutto il lavoro compiuto sulle Doc piemontesi sarebbe opportuno avere a disposizione dai Consorzi i dati dell’imbottigliato e del fascettato, perché dai dati si capiscono tante cose ed insieme si possono fare dei ragionamenti.
