Il prete montanaro

Un mazzo di stelle alpine è stato posto da mani riconoscenti davanti alla bara di don Valentino nella chiesa di Cristo Re ad Alba il giorno del funerale, mercoledì 29 luglio. Uomo di Langa e di montagna, don Valentino dava grande importanza ai campi scuola nella “baita” di Saint Jacques, in Valle d’Aosta, dove in 49 anni di attività sono affluiti migliaia di giovani albesi, famiglie, portatori di handicap per vivere giorni di vacanza in modo spartano e impegnativo.
A Saint Jacques, oltre all’attività alpinistica ed escursionistica, don Valentino puntava alla formazione per la crescita. Per questo invitava le migliori menti del cattolicesimo italiano a tenere conferenze rivolte ai giovani e mirate a indurli ad affrontare con coraggio la vita comune, politica o religiosa.

A Saint Jacques c’era pure la scuola di roccia e tanti ragazzi hanno avuto il “battesimo della montagna” proprio in questa palestra e sulle cime delle grandi vette del gruppo del monte Rosa.

Don Valentino era salito in alto – dal Breithorn al Polluce, al Sarezza, dove una sua caduta è stata trattenuta da Franco Foglino –, ma al Castore, raggiunto per 36 volte con i suoi giovani, era particolarmente affezionato. Lo testimoniano le 36 tacche incise sul pavimento di legno del rifugio “Sella”. È sempre stata per tutti un’esperienza esaltante toccare per la prima volta i quattromila metri, in cordate “brancaleone” e con abbigliamenti improbabili («non hai i guanti?, usa un paio di calze di lana!»). Indimenticabili le notti sullo Zerbion, ad aspettare l’alba avvolti in una coperta.

La “baita” ora deve continuare a vivere, nel nome di don Valentino. Ci saranno ancora camminate, scalate, preghiere, conferenze, amicizie e “grolle” di caffè valdostano, seguite da immancabili canti nelle notti; solo, nei cieli brillerà una stella in più che, unendosi al coro, sorriderà benevola.

Severino Marcato

L’ultimo saluto di tutta la città a don Valentino
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