I novant’anni di Aldo Agnelli, «il» fotografo

RITRATTO Agli inizi di aprile (il 7, precisamente), Aldo Agnelli compie novant’anni. E sono quasi vent’anni, ormai, che ad Alba non c’è più la bottega di fotografia che Aldo, con i fratelli Enzo e Giorgio, aveva mandato avanti sulle orme del padre Piero, esperto ritrattista, milanese trapiantato ad Alba in servizio militare e qui sposatosi. Si potrebbe cedere alla tentazione di rubricare tutto nelle pagine della rievocazione affettuosa e/o malinconica, pesantemente zavorrata dalla prospettiva provinciale e dall’avvento dell’iPhone.

aldo agnelli

Si potrebbe, se non fosse che Aldo Agnelli, a dispetto dell’età, è ancora attento e curioso, e non rinuncia a far progetti; e che non è stato, nella sua lunga carriera, soltanto un fotografo per i suoi clienti, ma anche per se stesso. Questa seconda veste ne ha rivelato la cifra d’autore, e ne fa – senza che lui l’abbia cercato – una personalità culturale eminente del nostro secondo Novecento.

Chi è nato da queste parti, o ci ha vissuto abbastanza a lungo da interessarsene, anche solo per una questione di orientamento, ha in mente almeno una sua fotografia. Forse non saprebbe dire il nome dell’autore, ma certamente la riconoscerebbe come familiare: si è fissata nella sua memoria al punto da diventare un archetipo, influenzando così il rapporto con luoghi, paesaggi, popolazione.

Agnelli ha fatto anche foto da cronista (ai matrimoni, alle partite di calcio, agli incontri di pugilato, in occasione di visite illustri o per servizi su commissione), e certamente ci consegna oggi un patrimonio di immagini (racchiuse in tre libri, più un quarto, inedito, in uscita) che è anche un documento storico e antropologico di enorme valore, testimonianza di epoche e costumi superati o scomparsi.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla sola dimensione materiale, o alla tendenza retrospettiva o localistica: si darebbe origine a un fraintendimento pari almeno a quello che ha investito, giusto 60 anni fa, l’uscita de La malora del suo amico Beppe Fenoglio, tacciato d’essere un «provinciale del naturalismo», di offrire degli «spaccati» di vita e di precipitare nel pittoresco per il fatto di non trattare «di cose sperimentate personalmente».

Eppure, proprio come Fenoglio (e negli stessi anni), Aldo Agnelli avrebbe potuto parlare della Langa, e dell’alta Langa in particolare, come di una «terra vergine fotograficamente»: non c’era neppure una «maniera», prima di lui, che egli potesse pericolosamente imitare. Le sue fotografie, quelle che ha scattato al di fuori degli obblighi di bottega, sono il risultato di un rapporto di amore e fedeltà, costruito su camminate e incontri (timidi, rispettosi, prolungati) con la gente delle campagne. Sono tutte cose «sperimentate personalmente», con atteggiamento di partecipazione umana e di stupore per la natura selvaggia e straordinaria del paesaggio, con intensa volontà di conoscere e raccontare le persone, senza pregiudizi. Fin troppo semplice pensare a Henri Cartier-Bresson, che dichiarava la necessità di allineare «mente, occhio e cuore» per fare una inquadratura. E non è un caso che sia proprio il grande francese il fotografo preferito di Aldo Agnelli.

Edoardo Borra

Banner Gazzetta d'Alba