Paolo Conte, «prima la musica, poi le parole; m’intendo un poco di jazz»

ALBA Razmataz, opera d’arte che riassume tre arti: musica, pittura e narrativa. In pratica, Paolo Conte ha realizzato migliaia di disegni, le colonne sonore e i dialoghi. Poi ha raccolto ogni cosa in un dvd. Razmataz racconta una storia ambientata a Parigi negli anni Venti. «È stata, dal punto di vista discografico e commerciale, un insuccesso, perché dura oltre due ore e la proiezione in diapositiva dei miei disegni non corrisponde al “movimento” cinematografico a cui siamo abituati. Inoltre non cantavo solo io, nei brani che compongono Razmataz. Insomma, era una un’opera “difficile”», ha detto Conte con inattesa umiltà sabato scorso in teatro per la lezione magistrale forse più attesa di Poetica, la rassegna di poesia in programma dal 20 al 22 novembre.

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Conte non è un autore qualunque, ma colui che viene chiamato “il maestro”, lo stesso che vent’anni fa tenne nel teatro albese un concerto memorabile in occasione dell’inaugurazione dei restauri. E che è stato invitato dal sindaco Maurizio Marello per un concerto.
In dialogo sul palcoscenico con l’organizzatrice di Poetica Alessandra Morra, Conte ha analizzato il processo creativo della sua opera. «Ho realizzato circa 2.800 disegni per comporre Razmataz. È stato un lungo lavoro, ambientato in un tempo e un luogo in cui il fascino per l’esotismo e per “lo straniero” erano preponderanti. Sovente io stesso sono stato tacciato di “esotismo”, di utilizzare immagini e linguaggi poetici secondo questa corrente espressiva. Tuttavia, quello che cerco di fare nei testi dei miei brani è ambientare le storie non dove esse accadono realmente, ma in una sorta di altrove “protettivo”».

Conte ha anche parlato della sua identità come musicista, della sua storia «differente rispetto a quella degli artisti del mio tempo. La mia modalità è scrivere prima la musica. Questo è quello che mi distinse dai cosiddetti cantautori, che con i loro testi volevano esprimere anche significati politici e farsi portavoce di un cambiamento. In questo senso, i cantautori degli scorsi decenni erano simili agli antichi cantastorie. Per me il testo veniva dopo, la melodia e le note erano la struttura di base. Poi l’opinione pubblica mi ha “assimilato” comunque ai cantautori, e io ho cavalcato volentieri quest’onda».
Il pubblico applaude, guarda il maestro con ammirazione. Lui pare reagire con sistematica autoironia, minimizza la mitologia di se stesso che si è creata nel Paese. Lo fa con umiltà divertita: «L’unica cosa di cui mi intendo un poco è il jazz», dice. Oppure: «Quella storia dell’indovinare l’ora in cui fu realizzato un quadro di Piero della Francesca – mi attribuirono questa capacità – è stata ovviamente una mia gabola, un’invenzione». E ancora, sul processo di composizione musicale: «Non ho l’orecchio assoluto, non l’ho mai avuto. Uno dei principali componenti della mia orchestra, così come mia madre, sapevano distinguere un “fa diesis” se un musicista schiacciava un tasto del pianoforte. Io non ne sono mai stato capace».
Conte parla poi del diciannovesimo secolo come un tempo in cui «le avanguardie si susseguivano una dopo l’altra», dell’importanza di «non farsi mai capire troppo, ci sono degli artisti che si lamentano di non essere capiti e per me funziona esattamente all’opposto».
Nessun dialogo con Alessandra Morra si sofferma troppo su un argomento, soltanto frasi brevi, poi si cambia discorso. A un certo punto è lo stesso Conte a fare domande all’intervistatrice: «Lei ha insegnato la mia opera Razmataz ai suoi studenti universitari di architettura. Come hanno reagito? Sono curioso di saperlo».
L’impressione, in definitiva, è quella d’avere di fronte un artista che trascende ogni canone. Che sa anteporre l’altro al proprio ego, l’amore per qualcosa di più grande alle effimere lusinghe. Un artista degli artisti.
Matteo Viberti

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