Su questo sito utilizziamo cookie tecnici.

Alba nel Barolo? Però ignora il suo Barbaresco

VINO Il 12 luglio 1963, quando il presidente della Repubblica Antonio Segni siglò il decreto con le norme per la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini, nacquero le Denominazioni di origine controllata. Zone che certificano l’origine di vini di qualità. A partire dal 1965 vennero poste le basi per circoscrivere le zone “garantite” e non solo controllate. Una questione di delimitazioni, di scelte, confini da tracciare. Di chi è escluso da privilegi e future ricchezze. La domanda scottante s’impose sulla comunità: quali Comuni hanno diritto a entrare nella preziosa zona del Barolo? Oggi sono 11 quelli inclusi e, secondo la proposta presentata a inizio settembre dal consigliere comunale di Forza Italia Mario Sandri, Alba potrebbe diventare la dodicesima.

Per l’amministratore questa inclusione – da portare avanti con l’escamotage di uno scambio di appezzamenti con Grinzane  – non avrebbe l’effetto di aumentare di un solo metro la superficie vitata a Nebbiolo da Barolo, ma potrebbe riscrivere la storia del settore vitivinicolo di Langhe e Roero, imponendo Alba come capofila nella promozione di un vino in progressiva espansione.

Rispetto alla proposta, tuttavia, è insorta l’enoteca regionale del Barbaresco. Ha spiegato a Gazzetta il presidente Massimo Caniggia: «A nome del nostro consiglio direttivo comunico la sensazione di fastidio provata nel leggere i contenuti di un’idea che non menziona l’area del Barbaresco, la esclude da un ragionamento che invece dovrebbe identificarla come importante interlocutore. Riteniamo necessario superare i campanilismi e iniziare a ragionare in modo più cooperativo e integrato. L’idea di inserire Alba nella zona Barolo non sembra preoccuparsi di attribuire all’iniziativa una vera e propria strategia di sviluppo, né sembra capace di tenere conto delle vere necessità che il mondo vitivinicolo di Langa e Roero manifesta nella sua globalità».

Caniggia fonda la sua riflessione sul fatto che «Alba, fin dal 1966, ha avuto una parte significativa del suo territorio inclusa nella zona di origine del Barbaresco Docg, con una porzione importante della frazione di San Rocco Seno d’Elvio. L’assoluta mancanza di attenzione verso il Barbaresco implicata nella proposta di Sandri e nella trattazione giornalistica ha destato molto scalpore e, nell’ambito del consiglio direttivo, è stata vista sostanzialmente come la conseguenza della sistematica scarsa considerazione che le Amministrazioni comunali albesi hanno nel tempo dedicato al vino, alla sua zona di origine e in qualche modo agli organismi che ne rappresentano l’identità, seppure la città ne sia parte integrante e da lungo tempo».

Caniggia prosegue rilevando come non sia necessario stabilire rivalità tra le macroaree vinicole coinvolte nella discussione, anche perché «i due grandi vini sono continuamente associati a eventi e iniziative comuni. Proprio in questi giorni a Roma si svolge una manifestazione che al centro posiziona il Barolo di fianco al Barbaresco, non ci risulta dunque che viga un regime di competizione».  E conclude: «Se davvero per l’Amministrazione comunale di Alba il coinvolgimento nella zona del Barbaresco rappresenta un fatto così poco significativo, la nostra enoteca potrebbe non essere contraria a un’ipotesi (coinvolgendo i comuni di Barbaresco, Neive e Treiso) di una diversa strutturazione della zona, al limite con il reintegro nel Comune di Treiso – fino al ’57 frazione di Barbaresco, ndr – della parte di San Rocco Seno d’Elvio inclusa nell’area del Barbaresco. Questo salvaguarderebbe i diritti acquisiti e gli interessi dei viticoltori e dei produttori che hanno sede a San Rocco Seno d’Elvio».

r.a.