Dio non frequenta il virtuale ma la concretezza

PENSIERO PER DOMENICA – XXVI TEMPO ORDINARIO – 27 SETTEMBRE

Ci sono parabole dal significato immediato, che parlano praticamente da sole. I due figli, con la loro reazione all’ordine del padre di andare a lavorare nella vigna (Mt 21,28-32) delineano altrettanti modelli di comportamento con cui noi possiamo confrontarci. San Paolo, nella lettera ai Filippesi (2,1-11) proclama che Gesù ha aperto ancora un’altra prospettiva di vita, più alta e impegnativa. In definitiva, possiamo individuare tre stili, tre modi di fare la volontà di Dio.

Dio non frequenta il virtuale ma la concretezza

A parole. Il primo figlio “ubbidisce” prontamente a parole, ma poi, a queste, non seguono i fatti. E, alla fine, sono proprio questi che contano. Già il profeta Ezechiele (18,25-28), parlando agli esuli, schiavi a Babilonia, ammoniva che commettere il male e allontanarsi dalla giustizia porta alla morte. Mettere in guardia dalle belle parole non seguite dai fatti è urgente ai giorni nostri, in un contesto caratterizzato dal primato del virtuale sul reale: ciò che viene detto o postato sui social tende a diventare più importante della realtà. Dio non guarda i social, ma i fatti, e in base a questi giudica le persone.

Con i fatti. È quanto fa il secondo figlio, che, di fronte all’ordine del padre, prima sbuffa, ma poi svolge il compito che gli era stato indicato. Molto forte e provocatorio il commento di Gesù: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio», perché “hanno creduto” e tradotto in pratica l’invito alla conversione già di Giovanni Battista. Gesù con amarezza denuncia il fatto che è molto più facile che si converta un peccatore che non un benpensante altezzoso, sicuro di essere nel giusto. Neanche oggi le dichiarazioni solenni e le belle parole portano alla salvezza. Anzi non risolvono nemmeno i problemi pratici, nella società e nelle famiglie. Solo chi sa riconoscere i propri sbagli e si rimbocca le maniche per rimediarvi cambia davvero sé stesso e la realtà.

In silenzio, spontaneamente. È il modo più alto di fare il bene e la volontà di Dio. Qui l’esempio viene, come rilevato da Paolo, da Gesù in persona che «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini». Tutto questo in silenzio, nel nascondimento di Nazareth. Vale ancora oggi, anche se è assolutamente controcorrente il detto: «Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce». Ma è proprio così che il bene si allarga e il regno di Dio cresce.

Lidia e Battista Galvagno

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