L’orto di WeCare, quando l’ecologia incontra la solidarietà di vicinato

L’orto di WeCare, quando l’ecologia incontra la solidarietà di vicinato

ORTO SOLIDALE «Mi sembra che tutti noi guardiamo troppo alla natura e viviamo troppo poco con essa», diceva Oscar Wilde in un’epoca in cui l’industrializzazione divorava poco a poco il legame tra l’uomo e il suo attorno. Nelle società odierne e nelle esistenze individuali, caratterizzate da elevati livelli di velocità e artificialità, rimediare alla relazione interrotta con la natura diventa antidoto all’alienazione. Se a questo movimento di “recupero” si associa il lavoro manuale per ricavare dalla terra frutti e nutrimento, la potenza dell’atto raddoppia.

L’orto di WeCare, quando l’ecologia incontra la solidarietà di vicinato 1Perciò da alcuni anni gli orti urbani, la coltivazione e quello che viene chiamato “ritorno alla terra” sembra propagarsi in modo trasversale alle generazioni: adulti, anziani, giovani. Anche ad Alba attraverso il progetto WeCare l’ambiente tenta di riavvicinarsi all’uomo, recuperando linguaggi antichi. «Ogni settimana partiamo dal nostro quartiere ci rechiamo in un angolo di campagna dopo la chiesa della Moretta, dove la cooperativa Alice all’interno del progetto WeCare gestisce un orto. Coltiviamo, raccogliamo verdura, organizziamo il lavoro. Ma soprattutto stiamo insieme. È un momento in cui dimentichiamo la nostra quotidianità stressata e sentiamo di realizzare qualcosa di bello» spiega Michela, partecipante al progetto.

L’orto sociale, così viene chiamato da chi lo abita, racchiude ideali molteplici: quello ecologico, perché le verdure sono coltivate senza l’uso di fitofarmaci. Quello dell’autoorganizzazione e dell’autoproduzione comune, dove ognuno può partecipare con il proprio contributo e i propri limiti. Quello quello della socialità e dell’avvicinamento reciproco. Quello della fatica, perché il sudore provocato dal sole e colato sulla terra diventa simbolo di un ricongiungimento e di un valore da riscoprire. Insomma, è il tentativo di proporre un’alternativa a un impianto sociale ipertecnologico, fondato su panorami di cemento, su attività sedentarie e al chiuso.

Giulia Castagno, operatrice della cooperativa Alice, sottolinea questo valore aggiunto: «L’attività è impegnativa, il lavoro manuale soprattutto in estate non è facile e a livello sociale si è smarrita l’abitudine al sudore, ai calli nelle mani. La fatica è invece preziosa: rende differente anche lo stare insieme, attribuisce valore al legame, e lo stesso stare insieme rende la fatica più sopportabile e morbida. La soddisfazione è quindi moltiplicata». L’orto di WeCare, quando l’ecologia incontra la solidarietà di vicinato 2

Elena Ferrero della cooperativa Progetto Emmaus lavora nel quartiere Piave per WeCare. Aggiunge: «L’orto sociale è un’ottima occasione per sperimentare la raccolta delle verdure di stagione e apprendere gli elementi di base per la cura e la coltivazione delle stesse. Accanto a questo aspetto più evidente si inserisce l’importante esercizio del gioco di squadra sia per quanto riguarda l’organizzazione del trasporto, sia durante l’implementazione dell’attività. Ho notato che le persone coinvolte svolgono la mansione con grande impegno e allo stesso tempo lasciano emergere la loro dimensione più autentica: si lavora, ci si scambia ricette, si parla della vita, si scherza… Si entra dunque in un’atmosfera speciale, dove si è più disponibili ad accogliere l’altro, dove si lasciano cadere le barriere, dove ci si sente egualmente investiti di un ruolo. L’orto rappresenta in generale un momento di stacco dalla routine, un appuntamento non solo pratico, ma auto rigenerante che di fatto, alla fine della mattinata, lascia tanta stanchezza ma anche tanta energia positiva».

Matteo Viberti

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