Abitare il piemontese: la parola della settimana è cochèt (pronuncia cuchèt)

Bozzoli per la produzione della seta.

Abitare il piemontese: la parola della settimana è Possacafé 28

ABITARE IL PIEMONTESE Nel secondo Seicento i Savoia rilanciarono l’economia piemontese, partendo dall’allevamento dei bachi, fino alla produzione e il commercio della seta. Divenne una pratica diffusa nelle campagne, una voce essenziale per l’integrazione del reddito agricolo. Molti contadini riuscivano a saldare l’affitto della cascina grazie alla vendita dei bozzoli; vi era la possibilità di fare degli affari, così avvenne un radicale cambiamento nelle campagne.

Tra le colture venne inserito il gelso, necessario per l’alimentazione dei bachi; alcuni raccontano di ricordare il rumore dei bachi, posti su superfici piane in ambienti domestici, che brucavano nutrendosi di queste foglie. Nelle principali città del Piemonte meridionale venivano creati appositi mercati di settore, come il grande Mërcà dij bigat e cochèt di Cuneo, cui si univano mercati minori in tutta la provincia. Anche ad Alba in piazza Pertinace (per gli albesi piazza San Giovanni) i contadini esponevano bigàt e cochèt; qualcuno fece una gran fortuna proprio partendo da qui.

Oggi possiamo solo immaginare come poteva essere il mercato dove i contadini esponevano bigàt e cochèt (bachi e bozzoli) per venderli, in sacchi di iuta dal caratteristico formato, base piccola con progressivo ampliamento verso l’alto, internamente avvolti da tele bianche. Le uova di baco erano così piccole che in un ditale ve ne erano diverse centinaia, durante il mercato venivano custodite dalle donne in seno, per mantenerle a una temperatura tiepida e costante.

Il mercato iniziava nel mese di giugno e durava fino allo smaltimento del prodotto, solitamente entro la seconda decade di luglio. I tempi erano brevi: una volta formatasi, la crisalide del baco da seta, appesa ai rami di gelso lasciati a disposizione, doveva essere raccolta nel giro di un paio di giorni per evitare che il bruco diventasse farfalla, così da conservare il bozzolo intatto. Questi venivano quindi raccolti, principalmente dalle donne, e portati a scaldare nei forni, pronti per la vendita e il processo di recupero del filo di seta. La produzione di filati serici era così sviluppata e importante che l’insieme di operazioni, la cosiddetta lavorazione alla piemontese, venne disciplinata da un corpus normativo volto a garantire l’alta qualità del settore manifatturiero subalpino.

Paolo Tibaldi

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