600 anziani rischiano l’abbandono

L’INTERVISTA L’ufficio di Giovanna Marrone, responsabile dell’area anziani del Consorzio socio-assistenziale albese, è pieno di cartelle, schedari, elenchi. La burocrazia complica l’erogazione degli aiuti a chi ne ha bisogno per sopravvivere. Pure la situazione è precaria: di risorse ne arrivano sempre meno. In questo panorama gli anziani non autosufficienti sono i più a rischio, scivolano verso un progressivo stato di abbandono. Anche ad Alba, pur trattandosi di un contesto meno difficile, le cose non vanno.

Che cosa fa il Consorzio per aiutare gli anziani in difficoltà, Marrone?

«Il Consorzio copre due diverse aree: quella della domiciliarità e quella della residenzialità. Nella prima ricadono quegli anziani che necessitano di supporto medico e assistenziale presso la propria abitazione: su quest’area, la Regione stanziava oltre 500 mila euro nel 2011. Il finanziamento si è ridotto di circa 30 mila nel 2012 e le prospettive per il 2013 sono in picchiata. Sul fronte della residenzialità (ovvero gli anziani che hanno bisogno di cure continuative presso le case di riposo) i finanziamenti risultano ancora in contrazione. Si allungano le liste d’attesa, ovvero l’elenco di tutte quelle persone che avrebbero diritto al pagamento di metà retta in casa di riposo e che invece rimangono a bocca asciutta».

Quanto sono lunghe queste liste d’attesa?

«Per quanto riguarda la domiciliarità, abbiamo nell’area albese 211 persone in lista. In tutto il territorio dell’Asl Cn2, quindi includendo anche Bra, si arriva a 301 persone. Per la residenzialità, invece, l’elenco tocca quota 183 anziani nell’albese, 275 sulla circoscrizione dell’Asl. Tutte persone che, per gravità di patologia e situazione reddituale, avrebbero diritto agli aiuti regionali. Invece sono abbandonate a se stesse».

Insomma, il conto arriva quasi a 600 persone. Come fanno le famiglie a curare i loro anziani?

«Le case di riposo per molti risultano inaccessibili. La retta può raggiungere i 97 euro giornalieri, 3.000 euro al mese. Pure assumere badanti è costoso, senza contare che si tratta talvolta di persone prive di competenza medica. Inoltre, il rapporto degli anziani con queste persone può diventare difficoltoso: assistere 24 ore un malato geriatrico è un compito difficile. Almeno quanto, da parte dell’assistito, accettare un estraneo in casa propria».

Matteo Viberti

LA STORIA La donna che non ha memoria

Trovare le loro storie non è facile. Perché gli anziani che vivono in condizioni di disagio fisico o mentale e che si ritrovano a negoziare le condizioni di cura con l’intrico di servizi, istituzioni e strutture sanitarie, vivono non solo il dolore del corpo ma anche quello sociale, scaturito da un sistema in cui l’accoglienza è tutt’altro che scontata.

Parliamo con A.G., albese. Sua madre ha 86 anni e, spiega l’intervistata, «ha l’Alzheimer da undici. Quando cominciò a perdere la memoria le telefonavo ogni giorno, ad esempio per ricordarle di mangiare pranzo. Poi, poco per volta, la mia premura si è rivelata insufficiente. Oggi mia madre frequenta il Centro diurno albese, dal lunedì al venerdì. Ho assunto una badante per colmare i momenti giornalieri scoperti (ad esempio la mattina presto e la sera), con un contratto di 30 ore settimanali. Riesco a fronteggiare le spese grazie alla pensione e all’assegno di invalidità che mia madre riceve dallo Stato. Mio marito è agricoltore e quest’anno ha utilizzato i ricavi del suo lavoro per investimenti: perciò sono sola nella gestione finanziaria di mia madre. Per ora ce l’ho fatta, ma non so che cosa accadrà in futuro».

Le energie fisiche e psicologiche di A.G. sembrano in rapido esaurimento. «L’unica tregua l’ho avuta quando ho usufruito del cosiddetto “ricovero di sollievo”: l’Asl si è incaricata dell’inserimento di mia madre, per un mese, in casa di riposo. È stato traumatico, perché rispetto al Centro diurno il rapporto assistenziale non è di “uno a uno”, ma è diluito tra gli operatori. Ritengo che mia madre sia stata seguita in maniera più superficiale. Malei è sembrata non accorgersene. Anzi, durante un’attività di pittura a cui ha partecipato nel corso del ricovero, i colori e le tempere le hanno fatto riemergere ricordi del passato. Ha cominciato a raccontare la sua storia. Non era mai capitato, almeno non negli ultimi anni».

Ancora una volta, la politica e l’economia s’intrecciano alle vicende emotive del singolo: grazie ai soldi pubblici è stato possibile, per la madre di A.G., riscoprire per un poco la memoria, trovare sollievo, riparo, soccorso. Se i decisori politici decidessero di mettere al centro le esigenze dei deboli, essere anziani coinciderebbe con l’appartenenza a un mondo che si è contribuito a edificare.

m.v.

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