Restare intrigati da Cristo

Enzo Bianchi, priore di Bose, chiamato da Benedetto XVI quale “esperto” al recente Sinodo dei Vescovi, in ottobre, a Roma sul tema cruciale della nuova evangelizzazione, ha davvero calamitato l’attenzione di oltre centocinquanta tra sacerdoti e diaconi del cuneese, riuniti per l’annuale incontro interdiocesano di Quaresima, a Cussanio, giovedì scorso. La riflessione non poteva non essere incentrata su questa sfida ricorrente e ardua, che coinvolge tutti nella trasmissione della fede, dentro gli anni complicati del terzo millennio appena iniziato. Dopo aver annotato alcune legnosità e rigidità della “macchina” del Sinodo, a riflettere la difficoltà e la fatica della Chiesa ad andare oltre le situazioni problematiche che si disegnano in misura diversa un po’ dappertutto, Enzo Bianchi si è soffermato su una contraddizione diffusa per cui da una parte si coltiva la speranza di un rinnovamento coraggioso e dall’altra ci si sente bloccati dentro una società che non si sa “leggere” in profondità percependola come solo ostile o lontana, al punto da averne paura. Eppure non ci si può defilare, a fronte di dati di fatto persistenti, soprattutto qui, nel Sud Europa, con connotati specifici e diversi da altre aree del pianeta. Nel clima di secolarizzazione ormai acquisita, sono evidenti i tratti della indifferenza (che porta all’insignificanza dell’esperienza religiosa o a sue cantonate nella superstizione assortita), nonché quelli del pluralismo religioso (con appiattimento al basso, secondo cui una religione vale l’altra), e infine quelli delle pluralità etiche (con il prevalere delle scelte dettate da quanto ognuno ritiene bene o male). Come allora annunciare la buona notizia, in un contesto in cui la fede è decisamente depotenziata e resa irrilevante? Per Enzo Bianchi la via praticabile resta quella che riparte da Gesù Cristo colto nella sua umanità, perché con la sua presenza scomodante nella storia si presenta come colui che è ancora in grado di intrigare l’uomo d’oggi, svelandogli il volto del Padre, dentro un’esperienza che fa la “differenza cristiana”, la quale genera una vita altra, che coltiva una speranza alta. Ovvio che rimane una sfida da cogliere e da interpretare, ma almeno si profila come la vera posta in gioco su cui scommettere da credenti.

Corrado Avagnina

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