Lavoro, i giovani sono il punto dolente

LAVORO.   A differenza della positività suscitata dai dati del Ministero del lavoro, l’Istat produce una statistica che suona come il
classico campanello d’allarme. Il tasso di disoccupazione a febbraio è risalito di 0,1 punti percentuali su gennaio e di 0,2 punti rispetto a febbraio dell’anno scorso, raggiungendo il 12,7 per cento. Esisterebbero circa 67 mila persone in più che cercano lavoro senza trovarlo rispetto ai dodici mesi precedenti (2,1 per cento). Un dato che spaventa non soltanto per la sua negatività, quanto per la confusione che crea: il tasso di disoccupazione era sceso a novembre e dicembre. Cresce anche il tasso di disoccupazione giovanile, che è salito a febbraio di 1,3 punti percentuali sul mese e di 0,1 punti su anno, per raggiungere il 42,6 per cento. I giovani occupati sono diminuiti del 3,8 per cento, cioè di 34 mila unità. Un altro dato è il numero di donne inattive: se il numero dei lavoratori rimane stabile, diminuisce di 42mila posti l’occupazione femminile. Nel complesso il numero di coloro che non sono né occupati né in cerca di occupazione (gli inattivi) mostra solo un lieve incremento nell’ultimo mese (più 0,1 per cento), rimanendo su valori prossimi a quelli dei due mesi precedenti. Il tasso di inattività si mantiene stabile al 36 per cento, contro il 36,4 per cento di febbraio 2014. Su base annua, tuttavia,
gli inattivi diminuiscono dell’ 1,4 per cento, 204mila persone. Ma le statistiche sono come la realtà. Dipende da che punto di vista la osservi: nel periodo dicembre-febbraio l’occupazione è rimasta sostanzialmente stabile, mentre il tasso di disoccupazione è diminuito
dello 0,4 per cento. In altre parole: sebbene le ultime settimane siano state contrassegnate da movimenti involutivi, sembra davvero che un generale dinamismo di crescita interessi il Paese.

m.v.

L’attesa lunga 5 anni di Gabriele: «Il lavoro mi rende ciò che sono»

IL CASO.  Sorride e sembra quasi non crederci nemmeno lui. L’albese che chiameremo Gabriele ce lo ripete più di
una volta, come a volersene convincere: «Sono anni che inseguo questo contratto, e finalmente l’ho ottenuto». Gabriele è un operaio
specializzato e ha un’esperienza di una decina d’anni nel suo settore, ma da quando, cinque anni fa, l’officina in cui lavorava
ha chiuso i battenti, ha affrontato molte difficoltà: «Sono sposato e ho due figli che vanno alle elementari, le spese sono numerose e
non voglio far mancare loro niente. Avrei mai messo su famiglia se avessi saputo della chiusura della vecchia officina. Per fortuna
ho fatto numerosi corsi di specializzazione e non sono mancate collaborazioni occasionali con altre aziende.Ma fra mutuo, automobile, attività sportive dei bambini e mensa, come si può rischiare di passare settimane intere appesi a un filo, sperando che ti chiamino?».
Gabriele, nonostante il profilo di eccellenza della sua preparazione professionale, ha passato gli ultimi anni fra contratti a progetto e consulenze. Ma qualche mese fa una delle officine per cui aveva lavorato ha deciso di assumerlo a tempo indeterminato. «Con un contratto a tempo indeterminato posso fare progetti a lungo termine», racconta Gabriele. «Ma il vero sollievo non è di natura esclusivamente economica. Il lavoro mi rende ciò che sono, ho dormito troppe notti nell’incertezza che il giorno seguente avrei potuto
rimanere a casa. So che anche con un contratto stabile i rischi della crisi sono alti, e so anche che molti miei colleghi più sfortunati di me brancoleranno ancora nel buio. A me basta questa piccola certezza per svegliarmi ogni mattina e dare il massimo per lamia realizzazione, per lamia azienda, la mia famiglia».

m.v.

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