Tripoli nel cuore

Roma, 29 agosto 2010. In una calda domenica estiva, atterra a Ciampino, a bordo di un jet privato, Muammar Gheddafi, dal 1969 capo indiscusso della Libia, in occasione dei festeggiamenti per il 2° anniversario del Trattato di amicizia italo-libico.

Ad accompagnarlo: uno stuolo di amazzoni; ad attenderlo: centinaia di hostess, pagate per assistere allo show del Colonnello, il quale invita le giovani donne a una conversione all’Islam, lasciandosi andare alla minaccia d’“invasione nera”, se il vecchio continente non verserà alla Libia 5 miliardi di euro. La cifra pare essere cara al leader libico, il quale nel 2008 chiese e ottenne 5 miliardi di euro dall’Italia a titolo di indennizzo per superare il periodo coloniale.

Le parole di Gheddafi rivolte a Silvio Berlusconi sapevano di miele nell’agosto scorso, con l’Arabo – oggi alle prese con i manifestanti che chiedono un cambiamento – a elogiare il «coraggio» del Presidente per le scuse relative al passato coloniale italiano, un «errore commesso dall’Italia fascista, non dall’Italia».

Una distinzione, che stride con il progetto di allontanamento degli italiani dalla Libia: 30 mila profughi e 200 miliardi di lire in beni espropriati. Gazzetta ha intervistato uno di quei profughi, Luciano Fiorin, testimone della rivoluzione del 1969, essendo nato a Tripoli nel 1952, figlio di italiani emigrati nel Paese africano negli anni Trenta.

Quando Gheddafi salì al potere lei aveva 17 anni.Che cosa ricorda?

«Successe tutto all’improvviso, la sera del 31 agosto 1969andammoa dormire con la monarchia di re Idris II e al risveglio ci ritrovammo con i carrarmati sotto casa, il coprifuoco e la Repubblica ».

Avevate avuto sentore di quanto stava succedendo?

«No, nessuno si aspettava una cosa del genere, nemmeno i giornali che per mesi non seppero indicare il nome del capo della rivoluzione dei militari».

Come si viveva da italiani in Libia prima del colpo di Stato?

«Nella mia incoscienza di ragazzo, non sentivo questa distinzione, sono cresciuto in una famiglia modesta. Mio padre era socio, insieme a un arabo, di una scuola guida, mia madre faceva le pulizie in casa di una famiglia di americani. Io mi sentivo cittadino di Tripoli, città in cui sono nato, dove sono cresciuto e di cui conservo un ricordo bellissimo. Andavo a scuola con ragazzi libici e qualche italiano, parlavo correttamente l’arabo e l’italiano e non mi sentivo diverso in alcun modo da qualsiasi abitante della Capitale».

Nemmeno la religione era un elemento di distinzione?

«La religione è diventata un elemento di divisione dalla salita al potere di Gheddafi. Prima le feste religiose univano: in occasione della Pasqua cristiana tutta la popolazione si riversava nelle strade e si festeggiava insieme».

Come definirebbe l’infanzia vissuta in Africa?

«Spensierata, allegra, piena di gioco, di piccole cose, di grandi e sincere amicizie».

Quando vi rendeste conto che l’atteggiamento nei confronti degli italiani stava cambiando?

«Lo capimmo poco per volta, la Giunta militare chiuse porti, aeroporti e ogni via di accesso al Paese e impose il coprifuoco. In quanto “stranieri” potevamo uscire dalle nostre case un’ora al giorno. Gheddafi periodicamente radunava i propri sostenitori nella piazza del castello e incitava all’odio verso italiani, americani ed ebrei».

Vi fu un crescendo di violenza?

«Il Colonnello invitava i libici a non “toccare” gli italiani per evitare una crisi diplomatica: si puntava a distruggere psicologicamente lo straniero. Era frequente che negozianti arabi rifiutassero di venderci i prodotti, spesso quando si camminava per strada si veniva derisi dai militari e la gente, quella stessa gente che fino a pochi giorni prima era amica, ora ci sputava addosso e ci invitava ad andarcene».

Quando la situazione divenne insopportabile?

«Verso febbraio-marzo del 1970 il regime militare sospese gli appalti, ridusse le attività straniere in agricoltura e bloccò i trasferimenti di proprietà: per gli italiani diventava impossibile avere una vita normale in Libia. A inizio anni Sessanta eravamo 35 mila, dopo la rivoluzione rimasero 1.200 italiani».

Quando partiste alla volta dell’Italia?

«Il 16 aprile 1970 io e mia madre c’imbarcammo da Tripoli, le mie due sorelle e mio padre dovevano risolvere ancora alcune questioni. Potevamo portare alcuni oggetti indispensabili e un massimo di 525 mila lire italiane, l’equivalente di dieci-dodici mensilità. Dopo una vita di lavoro e sacrifici, restava nulla».

Che cosa ricorda del viaggio?

«La disperazione, l’incertezza per un futuro tutto da scrivere, l’angoscia sul volto di mia madre. Arrivammo a Napoli il 18 aprile. Lì ci proposero quattro campi profughi: avendo dei parenti a Nizza Monferrato scegliemmo Tortona e la caserma Passalacqua, dove soggiornammo un mese e mezzo».

Dopo Egitto e Tunisia, la protesta si sta allargando a tutta l’area del Nord Africa e del Medio Oriente. Pensa sia possibile che la situazione cambi anche in Libia?

«Nel Paese è attiva una forte opposizione, fin dal 1969, specie nelle regioni più interne. Non credo si arriverà a un golpe, la situazione della Libia è diversa da quella degli altri Paesi. La popolazione vive quasi con standard europei e il petrolio ha portato benessere e ricchezza. Penso che la protesta sarà forte, violenta e la reazione del Governo sarà, come in passato, ancor più forte e violenta. Alla fine credo che Gheddafi manterrà saldo il timone del Paese».

È mai ritornato nella Capitale libica?

«Penso ogni giorno a Tripoli, ma non ci sono mai ritornato. Vorrei farlo, ma credo che non tornerò. Desidero preservare il ricordo di una città splendida, vista con gli occhi di un ragazzino. Oggi la Cattedrale dove andavo a pregare ogni domenica è diventata una moschea, buona parte dei luoghi in cui sono cresciuto non esistono più, distrutti dalla follia del regime. La Tripoli che amavo è viva solamente nel mio cuore».

Luciano Fiorin

Chi è Luciano Fiorin?

Nato a Tripoli nel 1952, Luciano Fiorin (nelle immagini) arriva in Italia nel 1970, stabilendosi con la famiglia, dopo 45 giorni di permanenza nel campo profughi di Tortona, ad Asti. Lavora dal 1970 al 1977 all’Ib. Mei di Asti, poi all’Acna diCesano Maderno e alla Montedison fino al 1987, quando apre, con alcuni soci, un frequentato pub nell’astigiano, chiuso nel 1994. Dal 1995 al 2010 lavora per la cooperativa roerina Gtpm di Castagnito. Oggi, raggiunta l’età della pensione, Fiorin vive in una zona popolare di Asti. Fra i primi negli anni Settanta a dichiarare la propria omosessualità, ha conosciuto la discriminazione in Libia e poi in Italia senza mai nascondere la propria condizione, forte di una fede incrollabile in Dio: «Penso che ogni uomo debba ricercare la felicità senza opprimersi, sono contro quelle “macchiette” che spuntano in tv come funghi, le adozioni da parte dei gay e non ritengo il matrimonio fra gay una priorità».


LA STORIA

La conversione di Gheddafi Alla base del recente amore di Gheddafi per l’Italia non ci sarebbero secondo El Pais – il più letto fra i quotidiani spagnoli – un passo indietro rispetto alla cacciata degli italiani dalla Libia tra il 1969 e il 1970 o il superamento del periodo coloniale, bensì forti interessi economici del “Rais” nel bel Paese. «Il Colonnello», scrive il giornale madrileno, «è già il primo azionista con il 7% di Unicredit, la più grande banca italiana, che a sua volta controlla Telecom, Rcs (editore del Corriere della sera e di El mundo) e Generali, e mantiene il suo storico 7,5% nella Juventus. Unicredit è sotto l’esame della Commissione nazionale per la società e la Borsa, perché all’inizio di agosto la Libian investment authority ha superato la quota autorizzata del 2% ed è arrivata al 7%». Sempre secondo El Pais, «Gheddafi dispone di circa 65.000 milioni di liquidi in petrodollari e ora punta verso nuove partecipazioni in Impregilo, Finmeccanica, Terna e Generali. Berlusconi ha già dato il “sì” all’acquisto dell’1% di Eni, anche se l’Ambasciatore libico a Roma ha dichiarato che il suo obiettivo è ottenerne tra il 5 e il 10%».

Gli italiani lasciano la Libia

Nel 1936 gli italiani residenti in Libia erano 112.600 e rappresentavano il 13% della popolazione dello Stato. In seguito alla caduta del fascismo, iniziò un lento,macostante rientro nel nostro Paese. Nel 1962 gli italiani erano 35.000, il 2,1% della popolazione. Con la rivoluzione e l’ascesa di Gheddafi – che impose agli italiani il rientro – il numero di nostri connazionali scese nel 1972 a 1.200. Oggi gli italiani in Libia sono 22.530, operai delle industrie petrolifere.

Marcello Pasquero