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La piaga del lavoro precario

Precariato, cassa integrazione, licenziamento, mobilità, crisi, ripresa. Come stanno vivendo questa fase travagliata i quasi 10.000 operai che ogni giorno si recano al lavoro nelle nostre zone? Ce lo siamo fatti dire da Marco Ricciardi, 55 anni, dal settembre 2007 segretario provinciale per la Cgil della Sezione di Cuneo.

Che momento stanno vivendo le aziende di casa nostra? Il peggio è passato, Ricciardi?

«L’albese è una zona più forte rispetto alle altre ma al Centro per l’impiego di Alba-Bra sono iscritte – il dato è riferito a marzo – 1.050 persone nelle liste di mobilità (da considerare licenziati). Di questi, 606 sono uomini e 444 donne. Oltre il 50 per cento delle persone iscritte nelle liste non percepisce alcuna indennità. Sono dati che, se sommati a quelli della cassa integrazione, non appaiono positivi».

La cassa integrazione a febbraio è diminuita, a marzo è tornata a salire, in particolare quella straordinaria e in deroga. Leggete un’attenuazione del fenomeno?

«Impossibile dire che il peggio è passato. Nelle aziende in cui gli ordinativi sono tornati a crescere, l’occupazione è precaria e molto facilmente i problemi si riproporranno».

Precariato. Un fenomeno che sta diventando una piaga anche nell’albese?

«Il precariato è una piaga sociale, pesa sulla condizione non solo lavorativa delle persone, impedisce la realizzazione di un normale percorso di vita, alimentando il dibattito sui giovani che continuano a vivere in famiglia. È una semplificazione, una delle tante del Paese, anche perché, sempre di più il precariato non riguarda solo i giovani. Se non cambia qualcosa, avremo in futuro pensionati poveri».

La crisi ha investito laproduzione trasversalmente?

«Il settore che ne ha risentito maggiormente è il metalmeccanico, ma tutti sono stati colpiti, alcuni con minore gravità. Penso all’alimentare, anche se le situazioni di crisi non sono mancate».

Confindustria vede nella diversificazione produttiva un punto di forza per il cuneese . Lei cosa pensa?

«È così, ma ricordiamo che il problema della carenza di infrastrutture (in una provincia come quella di Cuneo) e quello delle produzioni con ridotti margini di guadagno hanno pesato anche sulla nostra economia».

A cui va unito il tema delle troppe tasse che pagano le aziende.

«Non c’è dubbio che le tasse pesano sulle imprese, su quelle oneste, che sono la maggior parte. Di una cosa sono però sicuro. Il peso maggiore, lo dicono le statistiche del fisco, pesa sul lavoro dipendente e sui pensionati, insomma sui percettori di reddito fisso. Su questi, al di là della propaganda, il peso fiscale è aumentato e ciò è avvenuto a fronte di un peggioramento dei servizi».

E in caso di crisi si ricorre agli ammortizzatori sociali…

«Abbiamo bisogno degliammortizzatori sociali. Per questo abbiamo chiesto una loro modifica, un allargamento a tutti i settori e a tutte le aziende, indipendentemente dal numero di dipendenti. I lavoratori non sono contenti della cassa e meno ancora della mobilità: come possono vivere con 800 euro lordi al mese?».

Crede che qualcosa si possa cambiare?

«Certo e credo che il segreto sarà investire in innovazione e sviluppo, formazione e sistema d’istruzione pubblica, difesa dello stato sociale. Per fare questo le risorse vanno recuperate laddove è possibile. Pensiamo a una tassazione di livello europeo sulle rendite finanziarie (dal 12,50% attuale al 20%), l’istituzione di una tassazione sulle grandi ricchezze (oltre gli 800 mila euro), alla lotta all’evasione e all’elusione fiscale e a una diminuzione del peso fiscale sugli stipendi e sulle pensioni. Un’altra idea di Paese è possibile».

Cristian Borello