Bianca. Storia di una testimone

Bianca Hessel, sopravvissuta alla persecuzione nazista, deve la sua vita alla famiglia Oberto di La Morra, che protesse lei e la sua famiglia. Oggi abita in Israele. È stata ospite ad Alba durante la “Giornata della memoria” per parlare con i ragazzi e presentare il suo libro Con i lupi alle spalle. È l’occasione per parlare con lei della vita da fuggiasca per sfuggire all’Olocausto nazista.

Durante gli anni dell’adolescenza riusciva a pensare a un futuro?

«Non riuscivo a pensare a nulla, ogni giorno vivevo con la paura e con il terrore; non c’era un domani. Quando pensavo a ciò che poteva succedere immaginavo il modo in cui mi avrebbero potuto uccidere, se con la defenestrazione o con una fucilata. Non pensavo ci potesse essere una fine diversa dalla morte. Quando è arrivata la notizia della fine della guerra quasi non ci credevo».

La sua famiglia era in contattocon altri ebrei nascosti?

«Quando eravamo a Bra eravamo in contatto con un’altra famiglia. Durante la permanenza a Rivalta, presso la famiglia Oberto, non sapevamo di altri ebrei nella zona. Una volta al mese giungeva nel piccolo villaggio un carro che vendeva oggetti utili alla sopravvivenza. Non posso dimenticare il giorno in cui l’ambulante guardò mio padre e lo informò della presenza di gente come lui anche ad Alba. Eravamo spaventati da quelle parole, quell’uomo avrebbe potuto informare i nazisti della nostra presenza; così non uscimmo più di casa e non sapemmo nulla di altri ebrei fino alla fine della guerra».

Che cosa l’ha spinta, dopo molti anni, a raccogliere la sua storia in un libro?

«Nei primi anni del dopoguerra volevo solo dimenticare, nessuno parlava e raccontava ciò che era successo durante quegli anni. Solo dopo il processo a Eichmann ho deciso di raccontare la mia vita».

Sapeva che cosa stava succedendo ai suoi connazionali nei campi di sterminio?

«Ho saputo nulla fino a quando la guerra non è finita. Mia madre è andata a cercare i nostri parenti e solo una cugina era sopravvissuta ad Auschwitz. Aveva dodici anni quando era entrata e alla liberazione ha passato un anno in ospedale, dopo è tornata a casa, dormiva con me e mia sorella e ogni sera ci raccontava ciò che succedeva nel campo di concentramento. Volevamo ascoltare e non ascoltare. Erano storie terribili. Non ne posso non raccontare una. Una volta una ragazza voleva scappare e così per punizione è stata messa al centro del campo con tutti i prigionieri intorno a guardare mentre le SS le spezzavano lentamente ogni singolo osso».

Manuela Anfosso