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Beha: «La crisi è di cultura e valori»

Il giornalista e scrittore ospite ad Alba con il suo ultimo saggio

Oliviero Beha è nato nel 1949 a Firenze. Collocarlo in una categoria professionale è arduo: giornalista, scrittore, saggista, pensatore. La parola scritta rappresenta il suo mezzo elettivo di espressione: con i suoi grafemi disobbedienti si è creato parecchi nemici, con la sua critica sarcastica rappresenta una della massime insidie mediatiche per la “casta”. Ha lavorato per Tuttosport, Repubblica, Rinascita, Il Messaggero, Il Mattino e L’Indipendente e dal 1987, nell’ambito della sua attività televisiva, ha condotto su Rai3 trasmissioni come Va’ pensiero, Un terno al lotto (1991), Video Zorro (1995) e Brontolo (2010). Da due anni fa parte della redazione del Fatto quotidiano.
Sabato Beha era ad Alba per Aspettando Collisioni e per la Notte bianca delle librerie. Ha presentato il suo ultimo saggio, dal titolo provocatorio: Il culo e lo stivale (Chiarelettere). L’evocazione anatomica ha un preciso significato metaforico, dato che la volgarità, la semplificazione, la regressione etica e il berlusconismo morale (tutti «vizi» allegoricamente sintetizzabili, appunto, nel concetto somatico di «culo») sembrano il fil rouge dell’atmosfera italica in tempo di crisi, causa e conseguenza di tutti i malanni, totem da adorare e verso cui sacrificare qualsiasi ragionevolezza.

 Lei crede davvero che i problemi attuali (la crisi, i suicidi, il disorientamento giovanile e il tramonto culturale) siano di esclusiva natura economica?   «Il problema finanziario esiste, ma affonda le radici in uno strato più basilare e arcaico, ovvero la mancanza di identità, la recisione delle radici, l’amnesia verso il passato. La crisi è dunque culturale e valoriale. Abbiamo criticato per lungo tempo il comportamento e la moralità “berlusconiana”, eppure sovente chi non vota Berlusconi nella vita quotidiana si comporta esattamente come lui. Il libro Il culo e lo stivale cerca di rispondere all’ambiziosa domanda: perché ci siamo ridotti così?».
La politica in questo contesto dovrebbe essere il faro. Ha ancora fiducia nella classe politica?  «Come si può aver fiducia in personaggi che hanno rovinato il Paese e ora appaiono in televisione come se niente fosse stato? Almeno avessero chiesto scusa, fatto ammenda. Invece nulla. S’ostinano a fare il gioco delle tre carte, a stravolgere in maniera illusionistica e truffaldina la realtà e il passato. Unica eccezione è Beppe Grillo, con il suo Movimento 5 stelle: perlomeno, non è macchiato da un passato ignobile».
Eppure sarà rimasto qualcuno in grado di «riprendere i remi», di identificare nuove rotte. Storicamente, questo ruolo è stato giocato dagli intellettuali…  «Assistiamo alla sostanziale sparizione del ceto intellettuale libero e in grado di afferrare il timone. La ragione? I pensatori sono stati comperati: chi da una fazione politica, chi da quella opposta. Tutti al servizio del potere, di qualunque natura esso sia».
A questo punto, che fare?  «Bisognerebbe ritornare indietro, riscoprire il “genuino stare bene”, il proprio personale concetto di “essere responsabili”. Cominciare dalla salute, dai valori basilari. Ognuno può contribuire all’innescarsi di processi benefici».

Matteo Viberti

foto Marcato