Il direttore risponde (24 luglio)

L’incredibile ritorno del Cavaliere in un’Italia da ricostruire

Speriamo che sia una barzelletta, una delle tante che il Cavaliere racconta per divertire i gonzi. La notizia che Berlusconi vuole scendere in campo lascia basiti: sono sotto gli occhi di tutti i danni provocati dal suo Governo nei quindici anni di passione, ad ascoltare i suoi sermoni, le sue promesse, le sue prediche, i suoi duelli con quell’opposizione politica che ha scimmiottato «l’unto del Signore» nei migliori anni della nostra vita. Il Paese sta rischiando le bidonville, ha bisogno di riforme serie, di un linguaggio nuovo, di persone oneste che sappiano seminare una crescita civile fatta di valori e rispetto. Di questo ha bisogno urgente l’Italia, non servono i circhi o i saltimbanchi, di qualsiasi colore essi siano. L’insofferenza del Paese verso la politica in tempi di vacche magre può portare a delle conseguenze estreme e imprevedibili, ma pare che al signor ex Presidente del Consiglio poco importi se il Paese si sfascia. Il suo partito se oggi andasse di fronte al verdetto popolare sarebbe condannato alla marginalità politica: quindi Berlusconi non solo lasci perdere, ma si ritiri ad Antigua, ristrutturi una casa, giochi a golf e lasci che la fantasia di questa martoriata Italia si esprima in Europa senza la comicità asciutta della sua imprevedibile politica.

Bruno Murialdo,
Alba

Non entro nel merito delle considerazioni proposte dall’autore della lettera, ma prendo spunto per alcune riflessioni. Quel che fa pensare sono le motivazioni per cui Berlusconi ha deciso di ridiscendere in campo. «Torno in pista per salvare il Pdl», ha dichiarato in un’intervista a Bruno Vespa. «Alle elezioni politiche del 2008 abbiamo preso il 38%. Se alle prossime dovessimo scendere per assurdo all’8%, che senso avrebbero avuto 18 anni di impegno politico?». In altre parole, sulla base dei sondaggi risulta che senza Berlusconi il Pdl è destinato a un grave tracollo. Mentre con lui la musica sarebbe diversa: una buona fetta di italiani è ancora pronta a votarlo. Qualcosa di simile avviene nelle altre forze politiche, vecchie e nuove. Sono ancora fortissimi i personalismi, i leader più o meno carismatici, gli interessi di casta. Non si riesce a riflettere e a fare proposte sulla base di programmi, di prospettive, in un momento nel quale l’Italia ha più che mai bisogno di una politica autentica, di scelte che permettano al Paese di uscire dalla crisi. I partiti sembrano sempre più presi dalle loro beghe, dagli attacchi reciproci. I politici sembrano ancora una volta pensare più ai propri interessi piuttosto che al bene comune, a tutti i cittadini. E di fronte al mondo appariamo ancora come inaffidabili, poco credibili. Ci sarebbe bisogno, sul fronte per esempio dei politici che si richiamano ai valori cattolici, di figure come quelle di De Gasperi o La Pira, animati dal desiderio di servire il Paese e i suoi cittadini. Ci vorrà ancora del tempo. Intanto si spera che cresca sempre più tra gli italiani almeno il desiderio di qualcosa di nuovo, di qualcuno che non illuda ancora con vane promesse.