All’Insit di Montà, flessibilità, investimenti ed etica del lavoro

MONTÀ  Di belle realtà industriali, in questa Italia che è sempre più in difficoltà, ce ne sono ancora. Nonostante tutto e nonostante tutti si tratta di storie di impegno, capacità, dedizione e coraggio.

L’Insit di Montà, nata nel 1948, cresciuta sotto la spinta dell’imprenditore-senatore Luigi Burgo ed attualmente guidata dal nipote, il dott. Luigi Galgani Burgo e dalla cugina, la dottoressa Anna Debenedetti, ha fatto suoi questi valori.

All’Insit, nei capannoni che sorgono sotto la caratteristica ciminiera in mezzo al paese, il core business è la lavorazione della gomma, utilizzata per creare le guarnizioni di tenuta per i coperchi dei motori e realizzare le cuffie, progettate internamente, dei giunti omocinetici.

Dal 2011 allo stabilimento montatese si è aggiunta una nuova unità produttiva in Brasile, a San Leopoldo, che fa da base per il mercato sudamericano e che occupa 10 persone.

L’impresa, 105 i dipendenti a Montà che lavorano su tre turni,  sabato compreso, ha fatto registrare un più 10% sul fatturato che, per il 2013, sfiorerà i 19 milioni di euro. Il 60% della produzione viene spedito all’estero e, per quanto riguarda le cuffie per giunti omocinetici, sono il 4° produttore mondiale.

A raccontare questo “miracolo all’italiana” è l’amministratore, Galgani Burgo.

Mentre in Italia si parla di decrescita voi registrate un significativo incremento di fatturato. Come è possibile?

«Il mercato dell’auto, in cui ci muoviamo,  è difficile. Ma i nostri prodotti sono molto tecnici e quindi in pochi li sappiamo “fare bene”: le capacità tecniche di alto livello e l’esperienza ci hanno aiutato a non perdere quote. Poi la nostra condizione di azienda di media grandezza ci permette di essere molto flessibili, capaci di offrire servizi di ottima qualità e rapidi nell’assecondare i cambiamenti del mercato. Ad esempio, mentre l’Europa è ormai un continente saturo, che non offre grosse prospettive di crescita, stanno esplodendo le vendite di auto in America Latina e Cina. Occorre essere pronti a “seguire” le grandi case produttrici nei loro spostamenti e nei loro cambi di strategia, altrimenti si è fuori. Infine, gli investimenti tecnologici. Nei mesi scorsi abbiamo speso circa un milione di euro per acquistare due nuovi macchinari che ci permetteranno di incrementare la produzione e di ridurre i costi ed i consumi. Il nostro è un settore in cui la tecnologia gioca un ruolo fondamentale per ottenere la leadership di mercato e per questo il nostro processo di “svecchiamento” dei macchinari è continuo ».

Parlando di investimenti e di nuovi mercati l’esempio migliore è l’apertura del vostro stabilimento in Brasile.

« Sì, il Brasile è stata una scommessa vinta. Da lì riusciamo a coprire tutto il Sud America. Laggiù, attualmente, produciamo 3 milioni di cuffie l’anno ma contiamo di arrivare a 9 milioni entro il 2017. Sommati agli 11 che facciamo qui a Montà ci porteranno a raggiungere l’obiettivo dei 20 milioni di cuffie prodotti ogni anno. Stiamo valutando di aprire un terzo polo produttivo in Cina o in Messico. La Cina è interessante per i suoi numeri enormi ma anche il Messico è un candidato appetibile. Infatti potrebbe fare da ponte per tutto il mercato nordamericano ed in più le condizioni dei lavoratori sono tutelate. Questo fattore, per me, è vincolante: non apriremo nuovi stabilimenti in paesi, come l’India, in cui i lavoratori sono sfruttati, sottopagati e le morti bianche sono all’ordine del giorno perché non ci sono le minime condizioni di sicurezza ».

È un bello constatare l’attenzione ai dipendenti e come questa non sia di intralcio agli interessi dell’azienda.

« A Montà abbiamo più di un centinaio di dipendenti, quasi tutti del paese, il 70%  donne. E questo perché, mediamente, sono più attente e manualmente più veloci e precise. Inoltre, anche se al momento non possiamo appesantire troppo la nostra struttura, stiamo pensando di assorbire qualche ex dipendente Miroglio ».

Come vi vedete tra qualche anno?

«Non possiamo  fare previsioni a lungo termine. L’incertezza, soprattutto in Italia, pesa. Anche chi vuole seminare fa fatica, non ci sono tutele, non c’è accesso al credito e la politica, per ora, ha avuto soltanto una influenza negativa. Sono realista e non mi faccio illusioni di miracolose e repentine riprese. Però ci credo ancora. Credo nel lavoro, nel coraggio di investire, e nelle potenzialità di noi italiani. Sappiamo sempre tirare fuori il meglio di fronte alle sfide ed alle situazioni difficili».

Andrea Audisio